093

FERMATE IL MONDO, VOGLIO SCENDERE!

Non sentite anche voi, guardando questa foto, un gran chiasso, un chiacchiericcio continuo, una sirena fastidiosa, un nitrito, e, insieme, tanta voglia di scappare, come quei palloncini che se ne vanno in silenzio verso il cielo?

 

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092

IL POTERE E L’EQUIVOCO:

Si, mi sono riconosciuto in questa fotografia: io sono quello sulla destra del riquadro, mi si vede solo metà del viso. Credo persino di ricordarmi il momento esatto in cui questa foto fu scattata: eravamo in seconda o terza liceo, in gita scolastica al Pergamonmuseum di Berlino. Ad un certo punto, emergendo da dietro una grande statua, vidi un uomo che ne fotografava i piedi. Pensai di avergli rovinato la foto, stavo per scusarmi, ma sentii che quel signore parlava in una lingua sud-europea, forse  italiano. Allora lasciai perdere, non avrei saputo spiegarmi.

 

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  Circa un mese fa navigavo su internet e all’improvviso sono stato colpito da questa immagine: non è che io mi sia rivisto all’istante, anzi ho impiegato un bel po’ a riconoscermi (sono passati un bel po’ di anni): ciò che mi ha subito afferrato è stata l’atmosfera, quel qualcosa di già vissuto, come un lampo velocissimo che ti attraversa la memoria e fa scattare un ricordo così flebile che impiega un po’ a venire a galla. Alla fine ne ho avuto una bella sensazione come di una folata di aria fresca.

Poi ho riconosciuto, al centro della foto, Thomas, con i suoi occhiali e con quell’aria indefinibile: eravamo compagni di scuola. A volte lo vedo in televisione, certo, è molto cambiato, ma cercandolo su altre fotografie di quegli anni ho confermato che era proprio lui. Era uno dei più bravi della classe, emergeva un po’ in tutte le materie. Il fatto è che lo faceva pesare un po’ troppo, portava sempre il discorso là dove immaginava che tu saresti cascato come un asino, per poi fare lui la sua bella figura. Per il resto era simpatico, diciamo che eravamo amici. Ricordo che sapeva giocare bene a poker ed era imbattibile a dama. Io né l’uno né l’altro, ma una volta che l’ho battuto a poker lui si è arrabbiato tantissimo, non l’ha mai digerita.

Sono tanti anni che non ci vediamo, adesso è il vice-borgomastro della mia cittadina, in Germania. Due piani sopra di me abita una delle sue segretarie, proprio a lei ho chiesto il suo numero di telefono.

  • Ciao, Thomas, sono Konrad, ti ricordi, eravamo compagni al liceo.

Si è ricordato subito di me, m’ha persino fatto piacere. Dopo i primi inevitabili convenevoli ho avuto l’impressione che lui mi trattasse del tipo ‘vediamo cosa vuole da me questo’altro, che si fa vivo così all’improvviso’. Gli ho parlato invece della foto su internet, mi sembrava una bella circostanza che dopo tanti anni ci si trovasse ripresi insieme su una fotografia; ma lui non aveva molto tempo per parlare con me; mi ha solo detto che ‘a questo Italiano gli possiamo far girare molto le palle per la privacy’.

Ci sono rimasto un po’ male, non mi aspettavo questo, la mia intenzione era molto più ‘liceale’, forse ingenua, non avevo mai pensato di poterci tirare fuori dei quattrini. Pazienza.

Attraverso l’indirizzo email che lui stesso aveva pubblicato sul suo sito, sono entrato in contatto con l’Italiano, un certo Antonio. Usando come lingua comune l’inglese, gli ho scritto che mi ha fatto un certo effetto rivedermi così giovane e con tanti capelli, e che inoltre quella foto costituiva, a questo punto, l’unico ricordo di quella gita scolastica di due giorni a Berlino. Non gli ho fatto sapere di Thomas. Herr Antonio è stato gentile a mandarmi l’immagine originale in maniera che io l’abbia potuta stampare, l’ho messa nel mio album di famiglia, a mia moglie piace molto anche se mi si vede appena, dice che ancora oggi il mio sguardo è lo stesso.

 

Dopo un paio di mesi mi è giunta una telefonata dal Bürgermeisterbüro: era Thomas, che trionfante mi ha detto che i suoi avvocati hanno preparato tutto il dossier per danni di immagine e che dopo la vittoria in tribunale saremmo andati tutti in vacanza per una settimana. Mi sono sentito gelare il sangue. Gli ho risposto con una violenza e una decisione che non sapevo nemmeno di possedere:

  • Herr Vice-Bürgermeister, quando io Le ho telefonato non intendevo sporgere una denuncia, ma solo ripercorrere insieme a Lei, che ricordavo gentile e amichevole, una giornata spensierata di tanti anni fa che questo Italiano mi ha fatto rivivere. Ho fatto amicizia con questa persona, mi ha anche invitato in Toscana, a Siena, non so se mi spiego! Per questi motivi, anche se Lei è un politico in carriera e io sono solo un modesto insegnante di Storia dell’Arte, Le proibisco nella maniera più assoluta di procedere con lo stuolo dei Suoi avvocati. Altrimenti La sfiderò pubblicamente a poker e sono più che sicuro di poterLa nuovamente umiliare.

Si, in quel momento ero assolutamente sicuro che lo avrei sconfitto. Thomas, il Vice-Bürgermeister della mia piccola città, si è messo a ridere al telefono, sembrava quasi sollevato dalla mia sfuriata:

  • Konrad, lasciami parlare! In questi anni mi sei tornato spesso alla mente, soprattutto quando ho dovuto prendere certe decisioni politiche: mi chiedevo ‘cosa farebbe Konrad al posto mio?’ perché, anche se a scuola non ti mettevi mai in mostra, ammiravo il tuo senso della giustizia, eri uno di princìpi. Purtroppo, da quando conto qualcosa in città, conoscenti, amici e anche alcuni compagni di scuola mi hanno chiesto aiuto per questioni varie, di solito antipatiche. E così ti ho frainteso, scusami, ho pensato che anche tu volessi un intervento da parte mia, tanto più che nella foto mi si vede bene. Non sei cambiato, sono davvero contento. Quanto alla partita a poker accetto la sfida.

Così adesso ci vediamo spesso anche con le nostre famiglie e abbiamo rinfrescato un’amicizia e ricostruito una stima reciproca. Gli ho anche mandato una foto da Siena col mio amico italiano. Ah, le partite a poker le perdo tutte, regolarmente!

 

 

 

 

 

 

091

Apri questa foto

LE DUE MADONNE:

Ero seduto ad un tavolino di un bar all’aperto, quando ho visto arrivare queste due donne da direzioni opposte e ho calcolato che si sarebbero incrociate proprio davanti a me, e così ho preparato velocemente la mia Nikon.

Purtroppo l’imponderabile non sbaglia quasi mai e, esattamente nel momento dello scatto, si sono alzati dal loro tavolo i signori che si vedono nel mezzo.

Ugualmente queste due ‘madonne’ sono troppo belle e contrastanti per poter scartare la foto e bollarla come mal riuscita.

Una madonna antica, quasi di Nazareth, serena in volto, con quel suo ovale perfetto capace di instillare pace in chi la guarda, incorniciato nel suo velo nero; giovane ma matura abbastanza da poter conoscere i problemi veri del mondo, ci guarda con quel sorriso pacato e universale, che promette speranza nel futuro.

L’altra madonna, moderna, di Los Angeles vorrei dire, giovane, sicura, elegante, composta; guarda dritto davanti a sé con un’intelligenza pronta che le fa dire, sotto quel suo cappello a larghe falde, ‘non è più tempo di promesse e di speranza, ma è ora di dare fiducia, agire, adesso ci penso io’.

E nel mezzo la gente comune, mettiamocela pure!

 

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090

 

PER LE VIE DEL CIELO:

Al cimitero in una domenica infuocata di luglio, un caldo persistente già da diversi giorni. Pochissima gente, in tutto questo ampio settore di sepolture siamo solo in tre: Rosanna, io e un’anziana donna.

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Terminato di mettere in ordine una delle tombe, peraltro già perfettamente in ordine, spolverata la fotografia sulla lapide e innaffiati i fiori utilizzando una bottiglia d’acqua riempita alla vicina fontanella, questa donna si siede sulla panchina, accende la radiolina che ha nella sua borsa, ne tira fuori una rivista e si mette a leggere.

  • Scusi, signora, dove posso trovare un recipiente per bagnare i fiori – le faccio con il mio migliore accento forestiero e indicando con la mano la direzione in cui si trova la tomba per la quale Rosanna ed io siamo al cimitero.
  • Lì dietro, guardi, ci sono diverse bottiglie e la cannella dell’acqua.

Lo sapevo bene, ma a noi forestieri è consentito essere spaesati e chiedere informazioni. Ringrazio e vado a prelevare l’acqua e a fare quanto avevo chiesto. Torno alla fontanina per rimettere a posto la bottiglia, la signora è sempre lì, seduta a leggere e con la radiolina discretamente sintonizzata su un programma di canzoni.

Rifletto che una donna anziana che con un caldo torrido se ne va al cimitero a leggere forse vuole anche non essere disturbata dal primo che arriva. Così, temendo una sua dura e sacrosanta reazione, azzardo:

  • Non ci avevo mai pensato che il cimitero potesse essere un buon posto per leggere, sperando – aggiungo per parare una rispostaccia – di non trovare uno scocciatore come me!
  • Non si preoccupi – mi fa sorridente, deponendo la sua rivista sulle ginocchia – vengo qui appena posso, c’è mio marito, è lì sotto da cinque anni.
  • Vi fate compagnia, vero?
  • È più lui che fa compagnia a me.
  • Ah si? – interrogo con finto ma interessato stupore – che bello!?
  • Vede, lui era … diciamo uno scettico convinto, diceva che di là non c’è nulla e che è tutto un’invenzione dei preti, che loro hanno approfittato sempre dell’ignoranza della gente. Adesso che si trova davvero nell’aldilà ha capito che invece è tutto vero.
  • Come fa a dirlo? – stavolta il mio stupore era interessato e reale.

La signora chiude con calma la rivista che stava leggendo e spegne la radiolina, assume quell’atteggiamento pacato ma fermo che dice ‘adesso tu mi ascolti perché ti dirò cose importanti’. Mi invita a sedermi sulla panchina e inizia il racconto con una premessa:

  • Mio marito leggeva molto, nella sua biblioteca c’era, e c’è ancora, di tutto, scienza, letteratura, politica, … negli ultimi anni, tanti, di malattia, gli piaceva fare l’enigmistica, le parole incrociate, i rebus, … io quelle cose lì non le ho mai sapute fare. Quando lui non ricordava una parola difficile mi chiedeva di aiutarlo a cercare nei suoi libri, ‘vedi quel libro giallo, prendi quello a fianco, vai al terzo capitolo, e …’ alla fine trovavamo la parola giusta e lui era tutto contento, mi spiegava come era riuscito! Mi capisce? Sapeva tutto a memoria.
  • Certo, capisco, continui!
  • Da quando lui è morto io faccio quello che faceva lui, leggo tanto – indica la sua rivista – e mi piace anche l’enigmistica. Prima non mi interessava … capisce?

Dal mio sguardo poco convinto intuisce che deve spiegarsi meglio: con l’aria spazientita ‘ma ti devo proprio dire tutto’ continua, soddisfatta di essere arrivata al punto:

  • Io sento che lui mi suggerisce le parole quando non le so, mi aiuta a trovarle fra i libri, mi fa venire l’idea giusta per risolvere, che so, un rebus. E questo funziona molto di più quando vengo al cimitero, ché lui è qui sotto. Stamane sono venuta già da un paio d’ore e ho portato con me questa rivista che lui mi ha fatto comprare ieri sera: ma lo sa che ci ho trovato già due definizioni che ieri non ero stata capace di …
  • E questo la fa felice!
  • Certo!! Vuole dire che siamo sempre insieme e che lui ha trovato l’aldilà e me lo vuole fare sapere. Così, quando di là ci andrò pure io lo ritroverò, lo so che lui mi aspetta.
  • E continuerete a fare le parole incrociate e i rebus!
  • Ma no, ce ne andremo per fatti nostri per le vie del cielo.

E ride felice.

 

 

 

 

 

 

089

LA FRECCIA DI CUPIDO (per i fini stilnovisti):

E che? spuntato è lo dardo?? La saetta che con lo arco magico che invero di mia man ad hoc construssi per spargere d’amor lo vecchio caro mondo, io stesso testé scoccai dritta a lo cor di così tanto jovene, avea forse fessa la punta??! Non trapassò le carni et le coste de lo petto insino a giugnere a lo palpitante motor de le mozioni e non infettò d’amor le membra e lo pensier di codesto masculo? E sì che la foemina leggiadra, longo capillo, accosta a lui passò, di grazia e di profumi empiendo l’aere, così com’io volea!! Et illo neppur la vide !!!

 

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O che habbia da me medesimo errato la mira? Si a cotal guisa si fusse, sarìa la primera volta in duo milia e passa anni. Fussero dessi ormai troppi e che le mano mia tremaron in lo tender l’arco? No, cosa impossibil essa est, deo immortalo io son! E quali e quanti humani fuero trafitti da li dardi di Cupido e niuno mai hebbe poter d’opporsi a quello suo fato, quand’io lo volli. Insino da Caesar imperator et Chleopatra regina, Paolo cum Francescha, et poscia l’Alighiero inver sua Beatrix, quel tal Petrarcha cum ipsa Laura, et a sequitar Giulia et Romeo, tal Renzo et Lucia, John et Yoko, e mill’altri caddero a li strali mei.

Oh, me meschino, quanti die passai a architettar cotesto amoroso convegno: eran dessi ancor puttini  quand’ivi posi mano a studiar maniera di insinuar similitute ne le lor vite et comunar lor historie: instillar d’entrambi l’istudio di la historia, lo piacere a peregrinar da cittade in cittade, insino a provocar in lo istesso die loro venuta in Sena, antiqua civitas, l’un da Panormo siculiana, et da la Serenissima Venetia l’altra. Fue inver difficil cosa! Et infino a promovere l’istessa hora di ambulare, et ne lo istesso Campo!! Qual opera magna havvi io da condurre!

Io, lo alato Cupido, sicuro posi, super senese breve columna, uno minuto ludico puerorum objecto: si, uno picciolo simbol a significar lo termino certo de la pueritade ne lo masculo e l’principio di lo suo ludibrioso atque lussurioso guardo inver la gentil feminina figura, l’istessa che lesto passo movea a lui da presso.

Et illo??! Contra ‘l suo fatal destino, incredibile dictu, illo ancor … iocava!! Qual rabbia!!

Cred’io, invero, che ‘l mio real erroro fusse lo non saper che isso puero ne la saccoccia havea uno novo ludico instrumento, smartophono nomato, che, a lo presente saeculo XXI, tutto e tutti piglia como essentiale impiego, cui niuno jovene voluntade mostra di rifuggir fascinatione, inverocché lo lato terraqueo orbe este in desso ipso picciol joco compreheso.

Quomodo hoc possibile est… ego non sapio: mala tempora currunt !!

Verum est: humana gentes melius quam deos fecierunt. Sed amor??

 

 

 

 

 

088

 

CONGEDANTE E RECLUTA, PRIMA PARTE:

Ciò che qualche attimo prima aveva attirato la mia attenzione era stata l’espressione molto divertita dell’uomo sulla destra nel consultare il suo smartphone, forse qualcuno gli aveva mandato una barzelletta. Ad un certo punto entrò in scena l’uomo che vedete camminare dalla sinistra: entrambi si guardarono intensamente, un po’ dubitanti, come se stentassero a riconoscersi. Ho scattato la foto e sono rimasto ‘al mirino’: mi aspettavo qualcosa tipo ‘chi si rivede!’.  Invece nulla, ognuno ha proseguito indifferente ciò che stava facendo e il loro distacco, quello personale, che si vede anche nella foto, è rimasto tale, forse ancora maggiore, ammesso che si siano  riconosciuti. Questo succedeva un sabato pomeriggio.

 

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Il martedì successivo ero andato alla stazione di servizio a fare rifornimento alla mia auto. Impegnato nelle operazioni self-service notai che alla pompa vicina c’era un tizio che faceva anche lui rifornimento e che alla prima occhiata mi fece sobbalzare: era Franco, il mio amico d’infanzia con il quale adesso ci si vede raramente perché purtroppo abitiamo in due diverse città, io a Siena e lui a Roma. Dovetti osservarlo intensamente prima di stabilire che in realtà non era Franco, ma gli somigliava molto. Vidi però che anche quel signore mi osservava con la stessa intensità. Mi tornò alla mente la sensazione provata pochi giorni prima quando quei due uomini della foto si scrutarono ma poi si ignorarono. Allora, anche per non ricadere nello stesso senso di delusione di un incontro mancato, feci, da una macchina all’altra:

  • Sa che lei somiglia molto ad un mio amico! Stavo per dirle ‘ma come, vieni a Siena e non me lo fai sapere!!’

Lui sorrise tra l’imbarazzato e il pensieroso e di rimbalzo:

  • Ma anche lei mi ricorda qualcuno, forse un mio compagno di università… possiamo parlare?

Parcheggiammo le auto e ci presentammo. Nessuno dei due nomi era noto all’altro, comunque andammo al bar del distributore a bere un caffè.

Iniziai raccontandogli di Franco, che eravamo ragazzini quando ci siamo conosciuti, che siamo andati subito d’accordo, che suonavamo insieme la chitarra e anche benino, che insieme ospitavamo cani randagi che poi il vicinato non voleva, che è un’amicizia che dura viva da decenni anche se ci si vede davvero troppo poco. Che ci siamo visti di recente a Roma. Più gli parlavo e più nella mia mente l’immagine di Franco svaniva e si distaccava dal volto di quel signore: in realtà la somiglianza c’era, si, ma non era così accentuata come a prima vista era sembrato.

Capivo che mentre io parlavo lui, più che ascoltarmi, mi scrutava e scavava nella sua memoria per tentare di individuare una persona precisa del suo passato. Ad un certo punto cominciò ad orientare i suoi ricordi verso un periodo preciso: il servizio militare. Mi chiese:

  • Hai fatto il militare?
  • Si, certo
  • Dove?
  • Un po’ in tutta Italia perché ero trombettiere e mi mandavano a suonare ai giuramenti, alle esercitazioni, alle visite di generali. Ho iniziato da Barletta, poi Bari, Santa Maria Capua Vetere, e poi Como, Brescia, Bergamo, Cremona, …

Alla parola trombettiere lo vidi trasalire. Ci pensò un momento e mi interruppe:

  • Ma per caso sei stato anche a Roma?
  • Si, anche a Roma, ma lì solo per una settimana, ero all’Altare della Patria, sempre come trombettiere, aggregato al gruppo delle guardie d’onore al Milite ign…
  • E che anno era? Chiese deciso puntandomi l’indice.
  • Fammi pensare: era il maggio del ’74, avevo un solo mese di naja.

Si illuminò, aveva trovato in bandolo.

  • ECCO!! Quella guardia l’abbiamo fatta insieme!! Reggimento Pinerolo! Sono Massimiliano, non ti ricordi? Ascolta. Un giorno mi hai preso da parte e mi hai minacciato che se ti fosse ‘capitato’ un gavettone non avresti cercato il colpevole ma saresti venuto direttamente da me a farmi a pezzi. Te lo ricordi questo?
  • Siii! io ero una schifosa recluta, ma ero l’unico trombettiere del reggimento (c’era anche Totonelli, di Viterbo, ma era in licenza) e avevano dovuto mandare me, invece voi eravate ‘congedanti’, vi mancava poco: perciò mi stavate preparando un gavettone, e tu eri il caporione, l’avevo capito. Ma allora tu sei di Montecatini! Questo me lo ricordo.
  • Esatto! Allora ti dico una cosa che non sai: il gavettone te lo stavamo preparando davvero, ma era leggero. Dopo la tua minaccia l’abbiamo rinviato di qualche giorno non per paura ma perché lo volevamo rendere ‘teribbile’ come si dice a Roma. Come si permette una ‘burba’ di minacciare un congedante?
  • E poi perché non me l’avete fatto?
  • Perché abbiamo pensato che non te lo meritavi più, anche se rimanevi una ‘sozza recluta’. Non so se ti ricordi, ma durante le nostre guardie ai lati del milite ignoto, due ore immobili sotto il sole, con quel marmo bianco accecante, stavamo malissimo e tu lo capivi, eri sempre lì anche se non eri tenuto, volendo potevi startene nel corpo di guardia; invece andavi avanti e indietro dalla mattina alla sera, ci hai dato un grande sostegno: ogni volta che ci passavi davanti ti chiedevamo disperati tra i denti “QUANTO MANCA?!” e tu ci incoraggiavi, “dai che fra un po’ arriva il cambio” oppure “pensa alla tua ragazza”. Poi tenevi lontani i turisti che si avvicinavano troppo per fare foto. E ti ricordi che proprio io sono quasi svenuto per il caldo? L’elmetto scottava sulla testa! Ok, tu sei intervenuto subito ad allontanare tutti, a farmi ombra, levarmi quell’elmetto rovente e chiamare la sostituzione. Ti sei anche fatto dare un poco d’acqua da qualcuno. Che gavettone vuoi fare più! All’unanimità abbiamo lasciato perdere. Anzi in tutti questi anni, più di quaranta, mi era rimasto lo scrupolo di non averti mai ringraziato, allora sarebbe sembrata una debolezza. Ma guarda com’è la vita, all’improvviso ti posso ringraziare!

(Continua alla 087)

 

 

087

 

CONGEDANTE E RECLUTA, SECONDA PARTE: (continua dalla 088)

  • Si, mi ricordo, e ricordo anche il tuo malore. Finora avevo pensato che il gavettone l’aveste lasciato perdere in seguito al mio intervento deciso e minaccioso, invece era proprio il contrario, lo stavate preparando ancora più cattivo!

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Invece senti, mi viene spesso in mente quel nostro – posso dirlo? – commilitone grande e grosso che aveva sempre pascolato le pecore sui monti dell’Irpinia, te lo ricordi? Era sempre gentile, dai modi garbati, ed era fisicamente molto forte. Mi ha sempre commosso una sua frase: una sera eravamo in pullman (ci portavano forse a teatro al Sistina – come guardia d’onore ci hanno trattato bene) lui era seduto dietro di me, guardava fuori e l’ho sentito dire, sommesso fra sé e con grande enfasi: “Roma! sei una potenza!”. Queste sue parole mi hanno fatto venire un nodo alla gola, lo fanno ancora adesso: pensa, un Montanaro, lo dico pieno di rispetto e con la M maiuscola, che non sapeva leggere né scrivere e che certo non aveva studiato la storia di Roma, riusciva a subire il fascino e la grandezza di un passato imperiale. Era una bella persona. Anch’io mi pento di non averglielo mai detto.

Massimiliano ha voluto pagare lui i caffè. Ha poi ripreso il suo viaggio.

 

(FINE)

 

 

 

 

086

 

LA DELUSIONE –

La mattina di qualche giorno prima, la sveglia (era di quelle di una volta, verniciata di verde, con il quadrante rotondo e il vetro lesionato, la carica a molla, e con il martelletto a picchiare rapido sul campanello posto in alto) suonò, come sempre, alle sei e venti, e, come sempre, lui ne tirò giù qualcuna per il disappunto. Lei, invece, la moglie, si levò tutta agitata e non riuscì nemmeno ad aspettare i soliti dieci minuti canonici di risveglio prima di iniziare a parlargli.

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  • Ho sognato mio padre, sta a sentire …
  • Mhhh
  • Mi mostrava la sua macchina nuova, era bella e mi guardava come per dirmi ‘La vuoi anche tu?’
  • Ma tuo padre in tutta la sua vita non ha mai avuto una macchina! Osservò lui come seccato mentre scendeva dal letto e si avviava verso il bagno.
  • Appunto! Sta a sentire ti dico!! Allora, mio padre mi guarda come per dirmi che non te la posso regalare perché … è ovvio che non posso! e poi siamo in un sogno, però mi dice solo due parole: ‘ho vinto’- disse riacciuffando uno ad uno i concetti come se li ripescasse lentamente dal profondo del sogno, soppesandoli, con una punta di magone in gola.
  • Eh, – osservò lui con una punta di ironia, tirando lo sciacquone – per quanti soldi ha giocato tuo padre, se almeno una volta avesse vinto qualcosa di buono! – Questo commento, di cui conosceva a memoria anche la parte non espressa dal marito, quasi la offese, ma non si doveva distrarre.
  • Allora io faccio il giro della macchina, era di colore chiaro, con le portiere anche dietro, i fari accesi, gli dico ‘che bella’ e lui accende il motore a parte suonando il clacson per salutare.
  • E ti ha dato i numeri?
  • No, non me li ha dati.
  • Hai visto i numeri della targa??!
  • No, non ci ho fatto caso, nel sogno non ci ho proprio pensato ai numeri.
  • E allora?! Lui si fermò a guardarla come per sentire il resto del sogno, la parte più importante che ancora non era venuta fuori.
  • E allora niente, quella disgraziata ha cominciato a suonare – aggiunse pentendosi all’istante per quel ‘disgraziata’ perché la sveglia era un ricordo di suo padre, per tantissimi anni aveva suonato alle sei sul suo comodino, ma più che altro dispiaciuta che quell’arnese avesse interrotto la nostalgica presenza. Però sono sicura che mi voleva dire ‘gioca che io t’aiuto’.
  • Gioca? Ma se non t’ha dato numeri come si fa a giocare, ce l’inventiamo?!
  • Proprio così, ce li inventiamo. Lui non aveva mai numeri da giocare, li sceglieva lì per lì, a caso e …
  • e… e… e quindi non ha mai vinto nulla – interruppe sprezzante il marito. Se non hai i numeri, se non controlli i ritardi, se non guardi la smorfia e se nemmeno li sogni cosa vai a giocare? giocava il 4 solo perché quattro anni prima gli avevano dato quattro punti al ginocchio, allora era meglio il 44, no?!! – aggiunse con un certo tono di derisione.
  • Non è affatto vero, a volte ha vinto, poco ma ha vinto – rispose lei alzando la voce per difendere la memoria del padre da quello scherno. – E io gli credo, mio padre è sempre stato una persona seria, lo sai, in ferrovia lo rispettavano tutti, era il meccanico più bravo e se non è riuscito a farsi la macchina è stato per crescere me e i miei fratelli, niente ci è mancato, – e lo sai anche tu ! – alluse con intenzione di ferire. Più che la bicicletta, e un motorino solo negli ultimi anni, non ha avuto, ma era contento così! E adesso la macchina si che se l’è fatta ed è venuto da me a farmela vedere, era contento – più aggiungeva pensieri a pensieri più le veniva da piangere, quel pianto di riconoscenza come se stesse via via riscoprendo vecchie espressioni d’affetto ormai appannate dal tempo. E sai anche quanto ci farebbe comodo anche a noi avere finalmente una macchina, ne abbiamo parlato tante volte, lo sai, io sono stufa di prendermi tutto quel freddo nell’inverno.

Lui si accorse di avere quasi profanato, senza volerlo, la memoria del suocero, col quale, tutto sommato, andava abbastanza d’accordo, lo riteneva una brava persona ed era da lui ritenuto un gran lavoratore. Ripensò a quei Gran Premi di Formula 1 che insieme avevano visto in televisione, del dolore autentico che insieme avevano provato alla morte di Senna sul circuito di Monza. Si scusò con la moglie e idealmente anche col suocero. Dettero la colpa all’insolito risveglio. E poi convenne che della macchina avevano davvero bisogno, ma non erano mai riusciti a mettere nulla da parte, pagato l’affitto rimaneva ben poco! che quello fosse una specie di presagio? La moglie ne era convinta.

Concordarono che ‘il sogno era un segno’ e come tale andava omaggiato: questi contatti non si discutono. Andando al lavoro, lui avrebbe giocato i numeri che, seguendo lo stile decisionale paterno, lei gli avrebbe scritto su un foglietto. Anche lui cominciò a credere all’inaspettato aiuto dall’aldilà, un aiuto quanto mai opportuno dato che da qualche mese aveva perso l’impiego e, pur essendosi dato da fare con dei lavoretti, aveva dovuto far ricorso alle azioni che la moglie possedeva, eredità del padre.

Ma le cose non andarono affatto bene.

Non essendo abituato a farlo, lui dimenticò di andare a giocare, anche perché sperava di trovare un nuovo lavoro che invece sfumò: manco a dirlo, uscirono quattro numeri sui sei scelti dalla moglie, erano comunque parecchi soldi. Inoltre uscirono, non giocati, proprio quel 4 e quel 44 che lui si era inventato per prendere in giro il suocero. A casa ci fu una discussione, ma decisero di ritentare il giorno successivo, altro foglietto, altri numeri.

I nuovi numeri si rivelarono tutti sbagliati, però … però il 44 uscì di nuovo. Allora, si dissero, forse il segno è che dobbiamo giocare proprio il 4 e il 44, e così fecero: nulla di nulla!

Quella sera la scenata fu devastante, urla, parole taglienti, offese gratuite da entrambe le parti.

  • sei un cretino, mio padre ti offre il suo aiuto e tu gli sputi in faccia, l’hai offeso
  • la stupida sei tu, solo tu puoi credere ai sogni, guarda quanti soldi stiamo buttando via

Naturalmente questa è una versione parecchio addolcita di quanto si erano urlati addosso.

Il tutto finì con lui che prese alcune delle sue cose, le mise in una busta gialla del supermercato e andò via di casa.

 

Più volte al giorno ora prova a giocare, vuole rimediare e vuole poter tornare a casa con una vincita, ma niente, nemmeno il 44. In questa fotografia c’è l’esito deludente di una delle tante giocate: i soldi stanno per finire, ma non la speranza. Gli ho dato un paio di banconote, chiedendogli però di non giocarseli, quei soldi; temo però che lui mi abbia visto come una sorta di invito-promessa da parte del suocero in segno di pace al termine della dura lezione subìta.

 

 

 

 

085

DUE VECCHI AMICI:

Si chiamavano entrambi Giuseppe. Si erano conosciuti sui banchi della prima media (allora si chiamava Avviamento), per la precisione nello stesso banco. – Io mi chiamo Giuseppe, e tu come ti chiami? – Giuseppe anch’io! E giù quella risata comune che li aveva resi amici per davvero, complici di tante avventure.

 

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Quando la Signora professoressa di lettere dispose che Giuseppe era troppo alto per stare nella prima fila di banchi e che perciò doveva sedersi dietro con Luigi, i due bambini si erano opposti a questa separazione con tutta la forza dell’infanzia; d’altronde Giuseppe era troppo basso per andare anche lui dietro … e così ‘per oggi rimanete lì ’ e nessuno osò più separarli. I loro compagni di classe impararono, in breve tempo, a considerarli quasi un tutt’uno: se invitavi uno dei due alla tua festa dovevi invitare anche l’altro, se incontravi per strada Giuseppe, ti guardavi in giro per trovare l’altro Giuseppe. Per distinguerli, al di là dei loro cognomi, che raramente si usavano perché sapevano tanto di registro e di interrogazione, li chiamavano ‘il corto’ e ‘il lungo’.

I due ragazzini provenivano da famiglie di differente estrazione sociale: Giuseppe ‘il corto’ era figlio di un maresciallo di polizia, una ferita di guerra ad una gamba e una piccola pensione di invalidità, ma senza alcuna medaglia di riconoscimento; la mamma aveva un negozietto di formaggi e latticini; abitava in un alloggio popolare Ina Casa, forse un po’ piccolo per la famigliola, tuttavia ci si stava bene. Giuseppe aveva un fratello, Vittorio, di tre anni più grande.

Giuseppe ‘il lungo’, invece, era figlio unico, risiedeva al terzo piano di una palazzina ‘di civile abitazione’; il padre, sempre nervoso e indaffarato anche in casa, era, in buona sostanza, un geometra autodidatta e aveva una piccola azienda che lo impegnava molto, dedita alla ricostruzione dopo le rovine della guerra. La madre arrotondava dando lezioni di piano e di canto su un vecchio strumento un po’ scordato, lasciatole del nonno. Nel complesso la famiglia era considerata da tutti come benestante, guadagnava discretamente e spendeva poco.

Le due famiglie non si conobbero mai. Giuseppe e Giuseppe non studiavano insieme, ma ciascuno a casa sua; però a scuola si sostenevano a vicenda: laddove uno dei due era più carente chiedeva all’altro e nei compiti in classe si davano una mano, ovviamente di soppiatto, pur senza copiarsi.

Giuseppe era più portato per l’italiano e anche per il francese (al tempo era l’unica lingua straniera che si potesse studiare a scuola) e per l’aritmetica (strano, vero?): suo padre era solito redigere o correggere i verbali di pubblica sicurezza la sera in casa, usando quel linguaggio astruso, tipico delle questioni amministrative. Li leggeva e rileggeva più volte ad alta voce valutandone ed enfatizzandone l’effetto quando necessario: ci teneva ad essere chiaro ed esaustivo nelle sue comunicazioni ai superiori e al giudice e perciò ne chiedeva parere ai familiari – ‘se lo capite voi…!’ scherzava. Teneva alla sua piccola biblioteca, scambiava libri con uno dei suoi sottoposti, teneva alla cultura che lui non aveva potuto ottenere. Era un uomo onesto e tutto d’un pezzo, rifaceva a fine mese i conti del negozio della moglie e si faceva aiutare, in questo, dai figli, per la paura di sbagliare, ma anche per educarli. Spesso i due figli andavano a dare una mano in negozio, con incarichi di sempre maggiore impegno, compatibili con l’età.

Giuseppe, invece, si perdeva più volentieri nei voli che, per vie diverse, la storia e la geografia gli ispiravano: le terre lontane, le spianate delle grandi battaglie, i condottieri, i navigatori, i porti, i continenti da scoprire. Tutto stimolava la sua fantasia, osservava i disegni sul sussidiario, cercava di localizzarli sul vecchio mappamondo (i nuovi atlanti erano un lusso ed erano comunque in rifacimento, dopo i cambiamenti politici dovuti alle due guerre mondiali). Il tutto col sottofondo assordante delle note di pianoforte e delle scale di canto.

La domenica frequentavano insieme lo stesso oratorio. Quando don Mario organizzava una ‘partitella a pallone’, i ragazzi più grandi, capitani delle squadre, dovevano scegliere, a turno, uno ad uno i loro giocatori e cercavano sempre di accaparrarsi entrambi i Giuseppe perché, anche se separatamente erano due schiappe, insieme si sapevano capire e organizzavano il gioco di tutta la squadra: vittoria assicurata. Più di una volta che Giuseppe non c’era, Giuseppe non venne nemmeno preso in considerazione e restò in panchina per tutta la partita.

Ma, anche se può essere paragonata ad una partita di calcio, dove hai dieci giocatori dalla tua parte e undici contro, la vita è un’altra cosa.

Giuseppe, compiuti gli studi di Legge, riuscì ad entrare, sia pure con qualche buon consiglio da parte del padre, nell’organico di Pubblica Sicurezza, dove le sue abilità dialettiche gli consentirono una buona carriera; vennero poi gli anni del terrorismo in Italia e Giuseppe ebbe un incarico nell’ufficio politico della Digos. Viaggiava molto, anche all’estero, era a contatto con alte personalità, politici, magistrati, giornalisti. Con moglie e figli dovette spesso trasferirsi da una città all’altra. Anche suo fratello, Vittorio, entrò nella PS, dove arrivò al livello di capitano dei Carabinieri nella caserma vicino casa.

La strada di Giuseppe, invece, fu tutta in salita: verso la fine degli anni ’60 la piccola azienda di costruzioni del padre fu messa sotto sequestro a seguito di una denuncia da parte della Guardia di Finanza: ne risultarono molte irregolarità e furono comminate pesanti condanne pecuniarie. Poco meno di un anno dopo il padre si suicidò, lo trovarono impiccato nel suo cantiere. Fu un colpo durissimo per la famiglia. Toccò a Giuseppe occuparsi, senza una preparazione specifica, dell’azienda, mandarla avanti per poter vivere e per pagare il fisco, e perciò dovette mettere le mani nei contratti e nelle pratiche del padre: apprese così le scorciatoie ai limiti della legalità, si fidò di persone in realtà indegne e tutto questo gli procurò molti guai e problemi. Rischiò persino il carcere: lo salvò il giudice, quando riconobbe la sua ‘congenita’ incapacità a gestire un’azienda in quel settore da lupi e anche l’inadeguatezza dei suoi studi filosofici, piuttosto che una sua precisa volontà di frodare. In realtà le cose erano andate diversamente, ma Giuseppe non lo seppe mai: in uno dei suoi rari ‘ritorni alle origini’, come lui diceva, Giuseppe aveva appreso dal fratello Vittorio che Giuseppe, il suo compagno di scuola, si trovava in cattive acque e che certamente sarebbe stato condannato, da lì a pochi giorni, ad un periodo di carcere più o meno lungo. Immediatamente Giuseppe andò dal giudice e gli parlò del suo amico d’infanzia, della sua testa fra le nuvole, del suo carattere da sognatore. Alla fine il giudice emise la sua sentenza di “congenita incapacità a delinquere” e applicò tutte le attenuanti del caso.

Nel giro di poco tempo Giuseppe si diede da fare, insieme alla moglie, per ritornare stabilmente nella loro bella città di origine: “Ormai siamo anziani, là ci siamo conosciuti e là sono nati i nostri figli, sono ormai grandi e padroni delle loro vite”. Effettuato il trasloco, un giorno Giuseppe e Giuseppe si incontrarono ‘casualmente’ in strada: erano anni che non si vedevano, ne furono davvero felici entrambi. Si raccontarono anche del loro lavoro, ma Giuseppe parlò solo dei suoi successi, che pure non mancavano, come palazzinaro, ma non dei suoi guai, forse se ne vergognava.

Si ritrovarono spesso e Giuseppe comprese ben presto la disponibilità discreta di Giuseppe a dargli preziosi consigli e ad indicargli le procedure corrette, le persone giuste, i passi da fare e quando fermarsi. E d’altronde Giuseppe intuì facilmente che Giuseppe avrebbe accettato e fatto tesoro di quelle mezze frasi buttate lì quasi con indifferenza, dette apposta per indirizzare verso la giusta maniera le sue decisioni successive. La loro antica intesa non era tramontata. L’azienda cominciò finalmente ad andare avanti con le sue gambe. Capitò, questa volta davvero casualmente, che Giuseppe & Giuseppe incontrassero in piazza il giudice: tutti e tre fecero finta di niente, ma gli sguardi si incontrarono e il giudice lanciò un occhiolino di intesa a Giuseppe. “Lo conosci quello lì? Perché ti ha strizzato l’occhio” chiese Giuseppe – “Quello lì chi? non ho visto nessun occhiolino, non lo conosco” rispose Giuseppe.

Perché li ho fotografati? in effetti erano solo due pensionati che passeggiavano insieme, piano piano, ognuno col suo bastone; li ho fotografati perché nell’incrociarli ho captato una frase, detta dal signore più alto, e questa mi ha incuriosito: “Ma poi, ti ricordi che quando eravamo ragazzini tu eri parecchio più alto di me? Quando la professoressa voleva metterti dietro con Luigi? Ti chiamavano il lungo”.

Non molto tempo fa ho letto sui muri un manifesto di lutto, diceva essenzialmente:

<Il giorno tale è mancato all’affetto dei suoi cari GIUSEPPE. Ne dà un triste compianto il suo vecchio amico Giuseppe>

 

 

 

 

 

084

IL PROFUMO DELLA GIOVENTÙ.

Leggi, ne vale la pena, è quasi una poesia. Da ragazzo, anni ’60, mi capitava di andare alla stazione ferroviaria (parliamo di Sud) e assistere alla partenza degli emigranti, scene che mi rimarranno sempre nella mente per la loro carica di disperazione e insieme di speranza. Ho trovato in un blog questa lettera scritta da una emigrante: le sue parole in un italiano ormai incerto non possono lasciare indifferenti. Erano anni difficili, ma lei era giovane e ne ricorda il profumo. Il finale è meraviglioso: “Come è stato piacevole scriverlo!”.

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“Sono Salvatrice. Come hai pensieri che mi fanno bene al cuore
sono sempre riccordi felice. Mi riccordo ogni estate per andare in sicilia prendevamo il treno alla
stazione GARE DE LYON e eravamo tanti emigrati e figli di emigrati a partire
su  questi treni affretati solo per noi.
Nella stazione c’era un vento di mare mediteranneo, un profume di caffč
stretto, un odore di arancine al ragů, HUM chiudo gli occhi e le sento
ancora!!
come gridevamo di eccitazione, i genitori piu eccitati di noi, per non
perdere un bambino ne questa agitazione. Poi sentimo il squillo del capo di
treno e tutti dentri i compartimenti   ridevamo e piangeva sempre un di noi,
cuggini o fratelli o sorelle per schiaffo dato cosi per nervi abusati.
Non era niente, lo sapevamo , era il segnalo della partanza.
Doppo due giorni e due notte rinchiuso nel stesso wagone, conoscevamo tutti
viaggiatori, avevamo spartito tutti nostri pannin imbottiti , del formaggio
non restavo niente, solo l’odore del peccorino o del camenbert francese.
Faccevamo il caffč con la cafetiera e il campinggaz, la serata c’era sempre
uno che cantavo accompagnato di uno che suonava chittara e maranzzano,
altri, spesso i signori, giocavano alla scopa o alla briscola, noi bambini
giocavamo anche , al mazzetto o 4 di denaro con liri risparmiate del estate
precedente. Nel profodita della notte si sentivo solo gli uomini che
ronfiavano forte, o un riso di una che scopreva l’amore.
ahhhh quanto riccordi ne questi treni
anche doppo piu vecchia mi riccordo per la mia magiorenza sono andata da sola in treno per le
votazione, fino a catania tutto normale un po di sciopero come sempre un po di ritardo
come sempre.
ma dopo sulle vie delle vecchie locomotive che metteno due ore per fare 15 km
tanto che il capo di treno scende per comprasi il giornale e bersi un
caffč. e noi poveri eletori aspettiamo al sole che questo degna ripartire.
treni ne ho presi da per tutto ma solo i riccordi dei treni italiani mi
riscaldono il cuore.
come č stato piacevole scriverlo”

L’ho trovata su https://groups.google.com/forum/#!msg/it.discussioni.sentimenti