079

A PASSO LENTO E TRASANDATO si era diretta ai tavolini in piazza; i camerieri non le avevano dato retta.

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078

GRANDE FRETTA. Era notte fonda. Sistematomi sul mio pullman in partenza, l’unico presente nel piazzale a quell’ora, ho visto quest’uomo seduto sulla panchina; mi sono detto “chissà che pullman aspetta” e quando subito dopo ho letto l’insegna (SE HAI FRETTA SIEDITI E ASPETTA: geniale) del bar sono sbottato in una gran risata e ho scattato la foto.

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073

Containers.

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072

Considerazione amara. Ricordate ‘A livella di Totò?

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071

Dedicata a chi ama VIVERE SOTTO I RIFLETTORI.

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Conoscete qualcuno che ama pavoneggiarsi, far vedere a tutti quanto è bello, quanto è bravo, quanto è efficiente? Uno di quelli che sanno tutto e che hanno per ogni cosa un parere ben articolato? Uno che con le donne, uhhh! tutte lo cercano, è un Casanova! Sa vestire molto bene, ha una classe connaturata, modi eleganti di parlare e di muoversi. Lo sport? non ne parliamo: ha in casa, in bella evidenza, la sua nutrita bacheca di trofei, medaglie, gagliardetti, maglie numero 10 firmate da tutta la squadra, fotografie con i vari campioni che chiama ostentatamente per nome; spesso, accanto a questa, c’è un’altra bacheca con foto che lo ritraggono in familiarità con note attrici e qualche attore.

Quelli che, pur di emergere, mettono in difficoltà i colleghi, spesso senza cattiveria alcuna, ma a volte dopo aver bellamente copiato i loro stessi progetti e aver saputo presentarli alla Direzione  in una maniera più smagliante e fascinosa. Quando ottengono una promozione, e la ottengono, la fanno pesare si, ma con stile, sapendo ben evitare quell’ultima parolina che sarebbe in grado di scatenare gelosie e invidie, che rimangono perciò sommesse e limitate ad un’innocua ironia.

Di solito non sono sposati: questo induce allarmi e gelosie che di solito provengono dagli altri maschi, ammogliati o no, ma non dalle donne: non datevi troppa pena, uomini, le donne non ci cascano praticamente mai, non si lasciano affascinare da questi bei tipi, o, se fingono di essersene invaghite, hanno certamente i loro buoni ed evidenti motivi.

 

Ecco, adesso guardate bene questa fotografia: l’ho scattata a Firenze, è una vetrina ed è vista dalla strada. C’è un manichino maschile, molto elegante, su cui, un pò come la coda di un pavone, convergono decine di riflettori. E, se guardate ancora meglio, vi si vede anche il riflesso di una bella donna che, compiaciuta, osserva il tutto: una chiara situazione che inorgoglisce il pavone.

E adesso pensateci: conoscete qualcuno che potrebbe stare ben a suo agio al posto di quel manichino?

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QUELLO STORMO DI PICCIONI:

Stavo seguendo con l’obiettivo un gruppetto di persone che mi sembrava stessero facendo qualcosa di interessante (mi riferisco al mio punto di vista fotografico), ma invece tutto si risolse in un flop e non scattai. Mentre abbandonavo la speranza di realizzare una buona foto vidi sullo sfondo, sempre nel mio mirino, uscire dal portone di un ufficio pubblico quest’uomo: somigliava a quel Giuliano che conoscevo una trentina di anni prima, la stessa corpulenza, la stessa barbetta, la stessa espressione sorridente; se non fosse stato per la pelata avrei potuto parlare di una certa somiglianza fra i due. Comunque, ciò che rende particolare questa immagine non è la persona, né quel richiamo di cui ho parlato, ma è … il piccione.

Circa trent’anni fa successe che una mattina ci trovammo, il solito gruppo di colleghi, tutti quarantenni, come tutte le mattine nella solita stanza di lavoro, ognuno alla solita scrivania e con le solite incombenze. Uno di noi pensò di raccontare una barzelletta, era una di quelle un po’ sconce: ridemmo di gusto. Quello che sembrò apprezzarla di più fu proprio Giuliano. Lui rise fragorosamente e, come spesso si fa, si proiettò all’indietro a ridosso dello schienale della sua poltrona: continuò a ridere e poi si tacque: la bocca aperta per prendere fiato, gli occhi spalancati nel divertimento, la testa spinta contro la spalliera. Il riso è contagioso e anche noi ridemmo a lungo, fino alle lacrime.

Giuliano, t’è piaciuta, eh!       Giuliano …! Oh, Giuliano, … che fai!?  Per tutta risposta a Giuliano cadde giù il braccio destro. Ci rendemmo conto che qualcosa non andava.

Ricordo solo adesso che in quel momento fuori dalla finestra uno stormo di piccioni si levò in volo.

Il medico dell’ambulanza trovò Giuliano in quella stessa posizione, col braccio penzolante e al massimo del divertimento. Non poté fare nulla, se non commentare “una bella morte!”.

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TARDI ALLA MESSA:

Sembra la fotografia di una tranquilla routine domenicale: il passo affrettato delle donne, le lunghe linee prospettiche della pavimentazione danno l’idea della distanza da colmare, i pilastri maestosi della chiesa fanno quasi sentire i rintocchi della campana; … la scena è molto teatrale.

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In realtà questa scena non era per nulla idilliaca: ad un incrocio, a pochi metri da qui, c’era stato un incidente fra auto e moto: un ferito grave disteso sull’asfalto, perdeva sangue, la sua moto era rovesciata ad una certa distanza; la gente era intervenuta a soccorrere, una ragazza dava un po’ d’acqua al ferito, l’arrivo dell’ambulanza, i vigili avevano fermato il traffico, il rosso e il verde del semaforo si alternavano inutilmente; ma intanto la campana chiamava e chiamava e per queste donne, che erano rimaste a lungo bloccate dall’altro lato della strada, ogni rintocco era un sollecito imperioso, per loro il dovere era di non arrivare tardi alla messa. Poi, finalmente, il permesso di attraversare.

Le ho notate perché sembrava che la loro maggiore preoccupazione fosse stata di arrivare per tempo in chiesa. Spero solo che la fretta sia stata dettata anche dall’intenzione di andare a pregare per il ferito.

067

TEMPI PASSATI !!

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IN QUESTO SILENZIO C’E’ UNA STORIA: E’ una delle fotografie che più mi hanno emozionato: c’è un silenzio drammatico fatto di sguardi deviati, sguardi diretti e sguardi nel vuoto, di interrogativi… e una storia che forse possiamo immaginare.

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Provo a raccontare i fatti, senza però trarre conclusioni perché io stesso non le conosco.

Ci sono, in questa fotografia scattata dall’interno di un ristorante, tre piani di immobilità del tutto apparente, che si sono andati formando in breve tempo capovolgendo quelli iniziali: li descriverò non in ordine progressivo, ma in ordine cronologico:

  1. il primo piano è quello dello status quo: fino a pochi istanti prima, oltre ai nonni a capotavola, erano sedute le due bambine e la loro mamma, la vedete sullo sfondo. C’era tensione, a fatica contrastata dalla forzosa giovialità dei nonni. Un posto era vuoto, anche se apparecchiato.
  2. Il terzo piano è quello che ha scatenato la situazione: preceduto alcuni minuti prima da una telefonata è arrivato il padre delle due bimbe. La loro mamma, vistolo arrivare da lontano, si è alzata nervosamente dal tavolo ed è uscita ad incontrarlo: si sono messi a parlare nell’unico punto tranquillo del luogo, che però era proprio dietro alla finestra che dava sul tavolo occupato dalla famiglia. Non è stato un incontro sereno con il marito, ma si è trattato di uno scontro, le mani nervose, le espressioni ostili.
  3. Il secondo piano è quello dell’emozione: avendo assistito dall’interno, insieme ai nonni, alla scena, le due sorelline, prima la più grande, poi l’altra, hanno lasciato il tavolo e sono corse, visibilmente tese, dai loro genitori, come per evitare scenate. Il padre le ha baciate affettuosamente entrambe, i gesti e i toni si sono smorzati: in quell’attimo greve di silenzio, lui ha finto di interessarsi al menu appeso al muro e le bambine si sono guardate con quell’intensità che potete vedere, carica di domande e di angoscia. Io la definirei persino ‘maturità’, quella che è generata dalle esperienze dolorose. È qui che ho scattato.

Dopo qualche momento di rinnovato saluto paterno la mamma ha rimandato dentro le bambine, i nonni le hanno accolte con la solita, ma necessaria, finta allegria, i genitori si sono allontanati dalla finestra. Dopo un po’ la mamma è rientrata anche lei, da sola, a sedersi al tavolo.

 

065

Fra le due mani c’è una linea immaginaria, spezzata però dalla porta che si richiude.

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