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UNA SUORA IN BIKINI:

Siamo in gita estiva a Spalato, visitiamo il maestoso palazzo di Diocleziano, imperatore romano, gli ampi sotterranei pieni frescura e di negozietti, quella pietra bianca che costruisce l’intera città. Avverto i compagni di viaggio che sto per allontanarmi un po’ dal centro storico, voglio osservare le caratteristiche di questa architettura urbana croata.

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Ad un certo punto vedo, sul lato opposto della strada trafficata, questa anziana suora arrancare dal centro, su per la salita sotto il caldo estivo delle undici della mattina, con la sua stampella, appoggiandosi con l’altra mano alla pietra bianca.

Poverina – penso – come farà sotto questo sole – quando vedo che si infila nel negozio di bikini e vestitini estivi. Cerco istintivamente una possibile ragione:

  • Sarà per il suo giro di elemosina
  • Forse va a salutare una sua amica
  • Va a vendere i biglietti della lotteria di beneficenza?
  • Può darsi che vada a fare una lezione di catechismo
  • Oppure chiede solo un po’ di frescura e una sedia per riposarsi

Ma, nella ridda di ipotesi, inizio a pensarle un po’ tutte, ridendoci di gusto: di questi tempi bisogna essere preparati a qualsiasi cosa! La più divertente:

  • E se adesso uscisse in bikini e senza stampella per andare al mare??

Sto lì ad aspettare un paio di minuti, quando … [il problema della fotografia è che tu devi attenerti a ciò che accade, non puoi inventarti nulla, lo puoi solo interpretare in un modo o nell’altro] … quando un grosso camion si ferma proprio lì davanti al negozio e ci rimane finché la fila non riprende a scorrere. Cosa sarà successo nel frattempo? Scocciatissimo attraverso la strada e vado, fingendomi interessato alla merce, a spiare all’interno del negozietto: due donne giovani, ma nessuna suora.

  • Sarà scappata in bikini col camionista?
  • Che stupidaggini ti vengono in mente, magari il camionista è suo figl.. cioè no, suo fratello!
  • O forse c’è un’altra uscita sul retro!

Amen. Scornato torno giù per la discesa all’interno delle mura romane ma ti vedo, tra la folla di turisti, la suora camminare più speditamente con la sua stampella ma in compagnia di un uomo di una certa età che le porta il suo zainetto. E questo da dove viene? che, era sul camion? Sarà lui il fratello? Li fotografo, ma, come accade spesso, proprio in quel centesimo di secondo qualcuno si è offerto volontario a mettersi esattamente sulla direttrice fra il mio obiettivo e i due.

Pazienza! All’improvviso vedo, poco più avanti, altre due sagome nere, erano due suore col loro zainetto, che procedevano nella stessa direzione della prima, anch’esse accompagnate non da uno, ma da due uomini. Incuriosito e facendo finta di nulla, rivestendo i panni dell’ingenuo turista, seguo la piccola comitiva sparpagliata fra la gente; più avanti altre suore e altri uomini. Lanciato all’inseguimento mi rendo conto che siamo usciti dalla zona turistica e che perciò devo stare attento a non farmi notare: qui chissà quale giro c’è qui sotto, spionaggio, contrabbando, droga, tratta delle bianche, oh mamma mia!!

Arriviamo in una piazza piena di gente, dove c’è un bel mercato di alimentari, vi si vende di tutto: la zona del pesce si riconosce subito all’olfatto, ma c’è anche della bella frutta – una donna mi offre di assaggiare un tassello di anguria, diniego gentilmente – verdure, qualche piccolo banco di uova, pollame e altre carni. Le suore – a questo punto temo che siano finte – contrattano tanta merce, pagano, gli uomini si caricano di zaini, scatoloni, buste e incarti di giornale. Pur non conoscendo una parola di croato cerco di avvicinarmi per capire cosa si dicono: a volte si afferrano parole che somigliano alle nostre. Nel fare questo mi accorgo di essere entrato nel mirino di uno di quegli uomini, che fa cenno ad un altro. In breve mi accorgo di essere praticamente circondato. Ohioi! Qui si mette male. Cerco di disimpegnarmi con noncuranza, mettendo così in quegli uomini il dubbio legittimo che io sia solo un turista curioso anziché una spia dei servizi segreti. Torno dalla donna dell’anguria, le assaggio il tassello, ne apprezzo il sapore, ne compro una bella fetta, con una buona dose di finta bonarietà, quasi come per riconoscerle che l’ottima qualità, glie la pago con la prima moneta che mi trovo in tasca, due euro, – immagino che sia stata una cifra enorme in confronto al reale costo, oddio, sto andando in confusione, avrei dovuto guardare meglio i film di 007. Adesso mi guarderanno, oltre che come spia armato di Nikon, come ricco turista straniero da spennare e magari da derubare.

Istintivamente, in cerca di una posizione protetta, mi metto con le spalle fra due muri ad angolo e mangio ‘disinvoltamente’ la mia fetta di rossa anguria, non ho scelta, non posso dare nell’occhio portandomela in mano per la città, né buttarla via.

Appena finito di ‘gustare’ la mia fetta, le mani tutte imbrattate di succo zuccherino, viene verso di me uno di quegli uomini: è finita, non posso scappare, come un cretino mi sono messo da me in un angolo con le spalle al muro, senza via di fuga. Mi dice qualcosa che non capisco, allora lui prova: – english, deutsch? … – no, italiano – ah, italiano! io stato Milano, mio fratello trasporta. Chiama a gran voce e additandomi gli fa segno di avvicinarsi – Jani!! Italiano! – o mamma, ora questo me le dà. Intanto che Jani viene verso di me, suo fratello mi indica, sorridente (o forse con un ghigno di vittoria?) una fontanina lì accanto per lavarmi le mani appiccicose. Se devo menare le mani o se devo morire è meglio che siano pulite, le sciacquo sotto il getto.

Jani si avvicina con calma, come per studiare la maniera più facile per farmi fuori.

  • Milano?
  • No, Toscana – rispondo con sufficienza
  • Dove Toscana?
  • Siena, conosci?
  • Sii, stato Arezo, visto cartelli Siena su autostrada
  • Beh, certo – commento con una gran fifa ma apparentemente ironico e molto seccato per l’interrogatorio
  • Questa sera festa grande di cucina italiana a convento San … (non ho capito il santo) tu viene? Tu piace buona anguria, come Milano; vino Bàrbera, come Milano e però anche vino Cianti (detto alla croata non saprei come trascriverlo) come di Arezo, piace vino, si? Pasta di tortillini, pesce da mare di Ancona. Nostri persone cucina bene di Italia, tu viene vuole? Tu porti dona o ragazzi si c’è, si?

A pensarci adesso, ciò che mi ha tranquillizzato e mi ha fatto capire che non era una presa per i fondelli prima dell’attacco finale e che anzi Jani era sincero, è stato il fatto che lui si sforzava di tradurre in italiano persino i movimenti delle mani: cercava quella gestualità osservata in Italia, si capiva che non erano i suoi gesti, per farmi meglio comprendere ciò che a parole stentate stava dicendo.

Capito? Da una suora in un negozio di bikini è saltata fuori una buona cena italiana in una bella serata estiva, fra tanti croati simpatici che si sono prodigati in gentilezze verso di noi, gli unici stranieri presenti. Dopo averci accolti con grandi strette di mano, Jani e suo fratello ci hanno presentato alla comunità intera e tutti hanno fatto a gara ad essere gentilissimi, come si fa con gli ospiti graditi. E noi abbiamo realmente apprezzato. Non dispongono certo di molti mezzi, ma forse per proprio questo possiedono ancora quella genuinità e facilità di relazione che noi abbiamo perduto da oltre cinquant’anni.

Unico dato negativo: il fallimento della mia carriera di spia internazionale alla 007.

 

047

PSICOSI:

L’orchestrina messicana suonava, la gente stava a sentire.

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Ad un certo punto hanno fatto il loro ingresso sulla scena due coppie musulmane, le donne nei burka neri: l’atmosfera è radicalmente cambiata, l’orchestrina ha smesso di suonare, tutti guardavano verso di loro, la donna con la coda di cavallo si è voltata di scatto per capire cosa stesse succedendo. Inutile negarlo, l’idea è corsa agli attentati, alle cinture esplosive.

Ho fotografato la coppia che mi è passata accanto, la seconda coppia  non l’avevo neppure vista, in quel momento, perché è passata un po’ più distante da me, alla mia sinistra: la preoccupazione della piazza è tangibile.

Naturalmente questi quattro giovani, come la grande maggioranza dei musulmani, erano a posto, ligi alle loro consuetudini sociali, che però sono spesso quelle che noi abbiamo identificato come a rischio.

Dopo pochi istanti i mariachi hanno ripreso a suonare allegramente e tutto è ritornato come prima; aggiungo che i due uomini musulmani, forse per restituire ai presenti quel senso di serenità che involontariamente avevano turbato con il loro arrivo, sorridendo si sono messi a battere ritmicamente le mani; le due donne non battevano le mani, ma probabilmente sorridevano sotto i loro burka.

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Integrazione.
 

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Trasloca? Ha perso il lavoro? Forza di reagire? Arrivano i mobili nuovi ?

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L’estrema eleganza di questa donna!

A Firenze, nel cortile degli Uffizi. Ero seduto su uno di quei gradoni che percorrono il perimetro del cortile. La gente passava sul lungarno, un misto di turisti e di immigrati che si davano da fare. Notai, ad un certo punto un ragazzo che si fermò a guardare intensamente all’interno del cortile: è normale che si indaghi con lo sguardo un luogo in cui si sono mossi i vari Michelangelo, Raffaello e compagnia bella. Ma…, e qui divago un po’:

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Oltre una trentina di anni fa ero seduto intorno ad un tavolino al bar di una terrazza in riva al mare, insieme con i miei vecchi compagni di liceo, che non vedevo fin da dopo la maturità; alle spalle di uno di loro, Raffaele, passò una bella ragazza e io la seguii con gli occhi pur senza, lo giuro, nessuna malizia.  Evidentemente, però, nel mio sguardo doveva esserci almeno un po’ di quella involontaria lascivia tutta maschile di quando si ammira una bella donna: fatto sta che Raffaele si voltò di scatto all’indietro esclamando, riferito a me, ‘questo qui sta guardando una donna!!’.

Ecco, lo sguardo di quel ragazzo che vedete imbambolato sul lungarno era dello stesso tipo e io feci istintivamente come Raffaele, cercai subito con gli occhi la donna, che, effettivamente, mi era appena passata davanti con quella sua magnifica eleganza e leggerezza in quel suo abitino luminoso. Non l’ho potuta vedere in volto, ma l’immagino bellissima.

Questa foto è una delle mie preferite perché racconta in pieno un preciso istante iniziato più di trent’anni prima e che, evidentemente, aveva lasciato un segno così profondo in me, senza che me ne fossi mai reso conto, tanto da permettermi di riconoscerlo nel volgere di un centesimo di secondo. Ah, quando crediamo di conoscere tutto di noi stessi!

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Gentilezze di una volta.
 

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Dall’espressione dei due giovani si vede come una scena del genere sia inconsueta, anche se gradita. Eppure…

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AFFINITA’ ELETTIVE.

Li ho visti arrivare da strade diverse. Avevano lo stesso passo deciso, entrambi convergevano verso quella statua in piazza della Signoria, erano in sincrono. Ho aspettato che fossero vicini e ho scattato.

Sapete cosa è poi successo tra di loro…?

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L’UOMO DORATO: Molti lo ricorderanno, a Siena, quest’uomo: era conosciuto come “l’uomo dorato”. Si guadagnava da vivere tingendosi tutto d’oro e facendo la statua. Stava immobile tutto il giorno con un cilindro sulla testa e un vestito elegante. Si aiutava con una finta antica cinepresa a manovella montata su un cavalletto fatta di cartapesta e anch’essa dorata: quando gli davi un soldino lui, per ringraziarti, rompeva la sua immobilità e girava la manovella facendoti un inchino. Ai bambini piaceva moltissimo.

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  L’ho fotografato tanto, ma, più che lui, il mio soggetto erano le persone che passavano, soprattutto i turisti, che rimanevano piacevolmente sorpresi dalla grazia che questa ‘statua’ manifestava. Tutti sorridevano, lo inquadravano nei loro cellulari, qualcuno gli dava una moneta.

Ricordo che una volta gli scattai una foto, gli detti il solito euro, poi finsi di controllare nel display e gli dissi in tono di rimprovero “Porca miseria, sei venuto mosso, non riesci proprio a stare fermo!!”. Gli scappò da ridere.

Un giorno lo trovai mentre arrivava sul posto di lavoro e iniziava a prepararsi col suo corredo tutto d’oro. Gli offrii una birra e gli chiesi come mai aveva scelto di fare questo lavoro. Mi disse che a vent’anni lo aveva fatto nella sua città (nord-Europa, non specificò altro) in una vetrina di abbigliamento per giovani: era durata poco, ma la gente si fermava a guardare. E il proprietario si fregava le mani, aggiunse.

Continuando a tingersi d’oro il viso e le mani ricordò che facendo quel lavoro aveva conosciuto una ragazza, facendomi intendere che ne era poi nata una storia importante. Mentre lui parlava e si preparava scattai questa foto. Quando fu pronto gli lasciai la prima moneta della giornata e gli dissi che ‘Certo, hai trovato un lavoro in cui meno fai, più guadagni!’. Rise e ci salutammo.

Uno o due mesi dopo finì sul giornale locale: lo avevano trovato morto nella sua stanza, era solo e si era sentito male. Lessi che era polacco e vidi il suo nome, che non avevo mai saputo. Andai a riguardare le varie fotografie che avevo di lui e delle tante persone che aveva fatto sorridere. Trovai anche questa: notai che qui c’è una ragazza che va verso una vetrina dove l’aspettano due manichini. Ma guarda!!! Non mi ero mai accorto della coincidenza tra quello che mi stava raccontando di sé e quello che accadeva alle sue spalle.

039

7:30: un minuto alla preghiera e di corsa in fabbrica.

 

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038

Non è più come una volta.  

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Fino a qualche decennio fa i preti avevano stuoli di chierichetti e di donne o uomini che si prestavano a fare tutti i lavori per la chiesa. Adesso i lavori li devono fare da sé. Come mai??