016

Da bambino sognavo di camminare per un sentiero ripido.

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Salivo fino ad arrivare al cancello aperto di una grande casa padronale; superavo il cancello e mi dirigevo tranquillo verso l’ampia scalinata che introduceva all’interno; agli estremi della scalinata c’erano due basamenti con due grandi statue di leoni in pietra come a proteggere la casa. Man mano che mi avvicinavo alla scalinata questa si spostava all’indietro e si arcuava e le due statue si muovevano alle mie spalle una verso l’altra fino a racchiudermi nel centro. Non ne ricevevo una brutta impressione, né di paura o angoscia, anzi la cosa mi piaceva, forse mi sentivo protetto. Sono sicuro che il sogno era a colori (vedevo la campagna verde e il color pietra dei leoni) ma ora, dopo tanti anni, lo ricordo in b/n. Non sogno più questa scena, ma la ricordo sempre e ne ricevo ancora adesso la stessa sensazione di avvolgimento. Se proprio devo darne una lettura mi viene in mente mio padre: la guerra, la battaglia di El-Alamein, la prigionia, lo avevano cambiato: era schivo nei sentimenti e non li dimostrava, ma forse da bambino mi abbracciava forte … e poi, che io ricordi, non l’ha mai più fatto … Ma se io sono vivo lo devo alla sua dedizione nel prodigarmi le cure di cui avevo bisogno.

015

 

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Incubo? … Scena simbolica? …

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Svariati anni fa (ero ancora giovane, avevo i figli piccoli) un mio collega di lavoro, della mia stessa età e anche lui con un bimbo piccolo) mi raccontò di un suo incubo che ogni tanto ritornava, seppure sotto forme diverse, e dei consigli che lo psicologo, ovviamente anche sulla base di altre considerazioni, gli aveva dato: si vedeva, dunque, al centro di un meccanismo, a volte fatto di ruote dentate o di molle tese, oppure di nastri trasportatori o di scale mobili, fili elettrici ad alto potenziale, o di tubi di scappamento che gli alitavano in faccia gas velenosi. Le costanti erano due: per prima la quiete di questi meccanismi, ma non appena lui prendeva una via per uscirne, i marchingegni davanti a lui si animavano e si mettevano in movimento per ostruirgli il passo. Stessa cosa quando invertiva la sua direzione di spostamento. E così lui rimaneva ‘ingolfato dentro questo incubo, senza saperne uscire’; era una brutta sensazione perché lui sapeva di ‘avere molte altre cose da fare’. La seconda costante era che lui comprendeva di trovarsi nel solito incubo, ma ciò che non sapeva era se si sarebbe, prima o poi, svegliato e perciò era attanagliato da una duplice angoscia.

Non ricordo più il parere dello psicologo, anche perché era ben argomentato e quindi abbastanza complesso da rimettere in ordine a distanza di molti anni; riguardava, questo lo rammento, le responsabilità che gravavano sulle spalle del mio collega (ma questo vale per tutti), che lui viveva prevalentemente come un peso e quindi ne cercava una scappatoia.

Spero di avere reso, con questa fotografia, la scena e l’angoscia di quell’incubo.

013

 

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012

Giornata afosa  

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011

 Quando ho notato lo sguardo di questo bimbo ho intuito che …

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…stava facendo nella sua testolina un paragone fra sé bambino sul passeggino e la donna adulta in carrozzella (che aveva solo un piede fasciato, forse una storta). Allora ho iniziato a scattare.

010

Qui siamo a Firenze, … prendi questa, è meglio!

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       Nel cortile degli Uffizi, i venditori ambulanti offrono le loro mercanzie. Immagino le parole che potrebbero aver accompagnato questa scena:
– Tu sei appena arrivato in Italia e devi ancora imparare molte cose: siamo a Firenze, qui nessuno ti comprerà una veduta di Roma. Tieni, prendi questa, è meglio, te la regalo…!

009

LE MODELLE

Ero seduto, con Rosanna, in un bar all’aperto a Montepulciano e commentavamo la bella mostra su De Chirico, appena visitata. Al tavolino accanto era seduta questa anziana signora, l’avevo notata inizialmente solo perché, al contrario di me (alquanto più giovane di lei), non doveva mettere gli occhiali per leggere.

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Leggeva dunque con interesse il suo libro seguendone le righe con un dito. Quando il cameriere le portò il bicchiere di latte che aveva ordinato, lei con calma terminò la pagina, poggiò il libro sulla tovaglietta e iniziò a bere il suo latte. Vidi così che l’autore del libro era Fabio Volo.

  • Toh – apprezzai – una donna anziana che legge un autore moderno!

Fu solamente allora che mi distrassi dalle considerazioni su De Chirico, e mi venne spontaneo l’abbinamento mentale fra l’immagine Coca Cola anni ‘50 del portatovaglioli sul nostro tavolino e l’anziana donna. Era un po’ come se le due fossero la stessa persona a distanza di alcune generazioni, ognuna con la bevanda adeguata ai suoi anni. Misi giù la tazzina di caffè e scattai con la mia macchina fotografica poggiata sul tavolino. La fotografia mi piacque. Aspettai che finisse il suo latte.

  • Scusi, signora – e le mostrai l’immagine digitale appena rubata. Temevo che si sarebbe arrabbiata e che mi avrebbe chiesto, anzi ordinato, di cancellarla.

La volle guardare bene, mi alzai e gliela feci vedere anche ingrandita. L’osservò più volte, lanciò un’occhiata al mio portatovaglioli e alla fine sorrise.

  • Sa! – mi disse con un lampo negli occhietti vispi – da giovane studiavo all’università a Firenze, le ragazze eravamo pochissime e non ne trovai nessuna interessata a condividere la stanza e le spese. Allora dovetti ingegnarmi e trovai da lavorare in una sartoria di alta moda, non come sarta, ma come modella. Non ero certo la modella strapagata di adesso, ma ero giovane e con un bel persona lino! ecco, questa ragazza che beve la Coca Cola adesso avrà la mia età! E forse beve anche lei il latte. Chi lo sa! – aggiunse quasi come se stesse riflettendo sui destini della vita.

Aveva centrato il significato che io avevo voluto attribuire a quella foto, glielo dissi. Continuammo a parlare ancora un po’, poi andò via, ci salutammo. Non mi chiese di farle avere la foto, né io glielo proposi: avrei dovuto domandarle il suo nome e l’indirizzo, mi sembrò un’intromissione eccessiva.

 

Se penso che il commento di alcuni a cui ho fatto vedere questa foto è stato unicamente “si, però la ragazza è sfuocata!”

008

SERENDIPITY

Per prima cosa voglio raccontare la nascita di questa fotografia:

Camminavo davanti alla vetrata e, attratto dalle voci e dai cori goliardici che da lì provenivano, guardai da quella parte, presumendo che all’interno fosse in corso una festa di laurea; per due o tre volte vidi passare e ripassare il riflesso di una bimba che, lungo il vialetto alle mie spalle, imparava ad andare in bicicletta.

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Pensai di fotografare quel riflesso all’interno del riquadro di una delle vetrate, perciò mi misi ad aspettare che la bimba ripassasse.

In quel momento una delle vetrate si aprì e vi si affacciò questa giovane donna, forse per prendere una boccata d’aria. Porca miseria, ma proprio adesso!! Io ero pronto a scattare perché sapevo che la bimba stava ripassando. Evidentemente la ragazza, vedendomi all’improvviso lì davanti, impostato come un paparazzo, ebbe questa mossa fra l’imbarazzato e il civettuolo e subito rientrò; io non vidi i movimenti della donna perché seguivo, con l’occhio nel mirino, il passaggio riflesso della bimba, che era il vero oggetto della mia fotografia. Scattai al momento giusto.

Guardai nel display, sicuro che, grazie all’intervento tempestivo e maldestro di quella donna, la foto fosse venuta male perché lontana dal concetto che avrei voluto esprimere.

Serendipity!! La donna sembrava guardare proprio verso la bimba e questo cambiava completamente il significato del mio scatto (sono cose che in fotografia possono accadere, anche se molto raramente).

Ci pensai un po’ su e poi decisi di andare a far vedere, come è mia abitudine, la foto alla ragazza ritratta, ma soprattutto per saggiarne le impressioni.

 

Secondo tempo:

Entrai nel locale, chiesi di quella donna: era la sorella maggiore di uno dei neo-laureati.

Appena lei vide sul display la foto pensò che io, da buon paparazzo, fossi lì per vendergliela e si allontanò con un freddo ‘non mi interessa’. “Mi scusi – intervenni – io vorrei solo chiederle come lei legge questa foto, in particolare il rapporto tra la sua figura e la bambina”.

“Quale bambina?”, chiese stupita. “Quella in bicicletta” e gliel’indicai. Capì subito l’equivoco, prese in mano la macchina fotografica per guardare bene la foto ed esplose in un magnifico e comunicativo sorriso.

“Dio santo! Ma questa!! Questa…!” Quando  alzò lo sguardo i suoi occhi erano lucidi e gonfi e il suo sorriso era tremulo, quasi un pianto; dicendomi un ‘Grazie!’ sincero mi restituì la macchina fotografica e, zoppicando, andò via, uscì.

Io rimasi lì, imbarazzato, non sapevo cosa fare. Intervenne serio il fratello, volle bruscamente vedere la foto e poi, addolcitosi, mi invitò a sedere ad un tavolo, mi spiegò:

  • “Vede, da piccola, più o meno a quell’età, mia sorella è stata colpita da una malattia che l’ha tenuta a letto per molti anni. Io stesso, che ho cinque anni meno di lei, ho imparato a pedalare sulla sua biciclettina e lei mi guardava dalla finestra. Questa foto è stata un trauma per lei”.
  • Mi dispiace, non potevo sapere. Però mi ha detto un grande grazie, forse le ha anche fatto piacere!
  • “Si, è probabile, …”, sa, già da anni lei è laureata in psicologia.

In quel momento la sorella rientrò, venne al tavolo, riguardò a lungo la foto: “Questa foto è molto bella perché  può essere letta in tante maniere diverse, anche se io l’ho letta come già sa – guardò il fratello, che annuì – mi è sembrato di rivedermi come in un vecchissimo replay: ma ha tanti altri significati, complimenti e ancora Grazie!”

“Se vuole gliela mando per e-mail”

“No, l’ho già stampata in mente, me la ricorderò”.

Prima che andassi via mi volle dare un bacio e una bella stretta di mano, forse per rassicurarmi di non averle fatto del male, anzi…

007

Ma i bambini non leggono soltanto fumetti…?

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Era molto interessato a questa lettura.