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CONGEDANTE E RECLUTA, PRIMA PARTE:

Ciò che qualche attimo prima aveva attirato la mia attenzione era stata l’espressione molto divertita dell’uomo sulla destra nel consultare il suo smartphone, forse qualcuno gli aveva mandato una barzelletta. Ad un certo punto entrò in scena l’uomo che vedete camminare dalla sinistra: entrambi si guardarono intensamente, un po’ dubitanti, come se stentassero a riconoscersi. Ho scattato la foto e sono rimasto ‘al mirino’: mi aspettavo qualcosa tipo ‘chi si rivede!’.  Invece nulla, ognuno ha proseguito indifferente ciò che stava facendo e il loro distacco, quello personale, che si vede anche nella foto, è rimasto tale, forse ancora maggiore, ammesso che si siano  riconosciuti. Questo succedeva un sabato pomeriggio.

 

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Il martedì successivo ero andato alla stazione di servizio a fare rifornimento alla mia auto. Impegnato nelle operazioni self-service notai che alla pompa vicina c’era un tizio che faceva anche lui rifornimento e che alla prima occhiata mi fece sobbalzare: era Franco, il mio amico d’infanzia con il quale adesso ci si vede raramente perché purtroppo abitiamo in due diverse città, io a Siena e lui a Roma. Dovetti osservarlo intensamente prima di stabilire che in realtà non era Franco, ma gli somigliava molto. Vidi però che anche quel signore mi osservava con la stessa intensità. Mi tornò alla mente la sensazione provata pochi giorni prima quando quei due uomini della foto si scrutarono ma poi si ignorarono. Allora, anche per non ricadere nello stesso senso di delusione di un incontro mancato, feci, da una macchina all’altra:

  • Sa che lei somiglia molto ad un mio amico! Stavo per dirle ‘ma come, vieni a Siena e non me lo fai sapere!!’

Lui sorrise tra l’imbarazzato e il pensieroso e di rimbalzo:

  • Ma anche lei mi ricorda qualcuno, forse un mio compagno di università… possiamo parlare?

Parcheggiammo le auto e ci presentammo. Nessuno dei due nomi era noto all’altro, comunque andammo al bar del distributore a bere un caffè.

Iniziai raccontandogli di Franco, che eravamo ragazzini quando ci siamo conosciuti, che siamo andati subito d’accordo, che suonavamo insieme la chitarra e anche benino, che insieme ospitavamo cani randagi che poi il vicinato non voleva, che è un’amicizia che dura viva da decenni anche se ci si vede davvero troppo poco. Che ci siamo visti di recente a Roma. Più gli parlavo e più nella mia mente l’immagine di Franco svaniva e si distaccava dal volto di quel signore: in realtà la somiglianza c’era, si, ma non era così accentuata come a prima vista era sembrato.

Capivo che mentre io parlavo lui, più che ascoltarmi, mi scrutava e scavava nella sua memoria per tentare di individuare una persona precisa del suo passato. Ad un certo punto cominciò ad orientare i suoi ricordi verso un periodo preciso: il servizio militare. Mi chiese:

  • Hai fatto il militare?
  • Si, certo
  • Dove?
  • Un po’ in tutta Italia perché ero trombettiere e mi mandavano a suonare ai giuramenti, alle esercitazioni, alle visite di generali. Ho iniziato da Barletta, poi Bari, Santa Maria Capua Vetere, e poi Como, Brescia, Bergamo, Cremona, …

Alla parola trombettiere lo vidi trasalire. Ci pensò un momento e mi interruppe:

  • Ma per caso sei stato anche a Roma?
  • Si, anche a Roma, ma lì solo per una settimana, ero all’Altare della Patria, sempre come trombettiere, aggregato al gruppo delle guardie d’onore al Milite ign…
  • E che anno era? Chiese deciso puntandomi l’indice.
  • Fammi pensare: era il maggio del ’74, avevo un solo mese di naja.

Si illuminò, aveva trovato in bandolo.

  • ECCO!! Quella guardia l’abbiamo fatta insieme!! Reggimento Pinerolo! Sono Massimiliano, non ti ricordi? Ascolta. Un giorno mi hai preso da parte e mi hai minacciato che se ti fosse ‘capitato’ un gavettone non avresti cercato il colpevole ma saresti venuto direttamente da me a farmi a pezzi. Te lo ricordi questo?
  • Siii! io ero una schifosa recluta, ma ero l’unico trombettiere del reggimento (c’era anche Totonelli, di Viterbo, ma era in licenza) e avevano dovuto mandare me, invece voi eravate ‘congedanti’, vi mancava poco: perciò mi stavate preparando un gavettone, e tu eri il caporione, l’avevo capito. Ma allora tu sei di Montecatini! Questo me lo ricordo.
  • Esatto! Allora ti dico una cosa che non sai: il gavettone te lo stavamo preparando davvero, ma era leggero. Dopo la tua minaccia l’abbiamo rinviato di qualche giorno non per paura ma perché lo volevamo rendere ‘teribbile’ come si dice a Roma. Come si permette una ‘burba’ di minacciare un congedante?
  • E poi perché non me l’avete fatto?
  • Perché abbiamo pensato che non te lo meritavi più, anche se rimanevi una ‘sozza recluta’. Non so se ti ricordi, ma durante le nostre guardie ai lati del milite ignoto, due ore immobili sotto il sole, con quel marmo bianco accecante, stavamo malissimo e tu lo capivi, eri sempre lì anche se non eri tenuto, volendo potevi startene nel corpo di guardia; invece andavi avanti e indietro dalla mattina alla sera, ci hai dato un grande sostegno: ogni volta che ci passavi davanti ti chiedevamo disperati tra i denti “QUANTO MANCA?!” e tu ci incoraggiavi, “dai che fra un po’ arriva il cambio” oppure “pensa alla tua ragazza”. Poi tenevi lontani i turisti che si avvicinavano troppo per fare foto. E ti ricordi che proprio io sono quasi svenuto per il caldo? L’elmetto scottava sulla testa! Ok, tu sei intervenuto subito ad allontanare tutti, a farmi ombra, levarmi quell’elmetto rovente e chiamare la sostituzione. Ti sei anche fatto dare un poco d’acqua da qualcuno. Che gavettone vuoi fare più! All’unanimità abbiamo lasciato perdere. Anzi in tutti questi anni, più di quaranta, mi era rimasto lo scrupolo di non averti mai ringraziato, allora sarebbe sembrata una debolezza. Ma guarda com’è la vita, all’improvviso ti posso ringraziare!

(Continua alla 087)

 

 

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