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LA DELUSIONE –

La mattina di qualche giorno prima, la sveglia (era di quelle di una volta, verniciata di verde, con il quadrante rotondo e il vetro lesionato, la carica a molla, e con il martelletto a picchiare rapido sul campanello posto in alto) suonò, come sempre, alle sei e venti, e, come sempre, lui ne tirò giù qualcuna per il disappunto. Lei, invece, la moglie, si levò tutta agitata e non riuscì nemmeno ad aspettare i soliti dieci minuti canonici di risveglio prima di iniziare a parlargli.

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  • Ho sognato mio padre, sta a sentire …
  • Mhhh
  • Mi mostrava la sua macchina nuova, era bella e mi guardava come per dirmi ‘La vuoi anche tu?’
  • Ma tuo padre in tutta la sua vita non ha mai avuto una macchina! Osservò lui come seccato mentre scendeva dal letto e si avviava verso il bagno.
  • Appunto! Sta a sentire ti dico!! Allora, mio padre mi guarda come per dirmi che non te la posso regalare perché … è ovvio che non posso! e poi siamo in un sogno, però mi dice solo due parole: ‘ho vinto’- disse riacciuffando uno ad uno i concetti come se li ripescasse lentamente dal profondo del sogno, soppesandoli, con una punta di magone in gola.
  • Eh, – osservò lui con una punta di ironia, tirando lo sciacquone – per quanti soldi ha giocato tuo padre, se almeno una volta avesse vinto qualcosa di buono! – Questo commento, di cui conosceva a memoria anche la parte non espressa dal marito, quasi la offese, ma non si doveva distrarre.
  • Allora io faccio il giro della macchina, era di colore chiaro, con le portiere anche dietro, i fari accesi, gli dico ‘che bella’ e lui accende il motore a parte suonando il clacson per salutare.
  • E ti ha dato i numeri?
  • No, non me li ha dati.
  • Hai visto i numeri della targa??!
  • No, non ci ho fatto caso, nel sogno non ci ho proprio pensato ai numeri.
  • E allora?! Lui si fermò a guardarla come per sentire il resto del sogno, la parte più importante che ancora non era venuta fuori.
  • E allora niente, quella disgraziata ha cominciato a suonare – aggiunse pentendosi all’istante per quel ‘disgraziata’ perché la sveglia era un ricordo di suo padre, per tantissimi anni aveva suonato alle sei sul suo comodino, ma più che altro dispiaciuta che quell’arnese avesse interrotto la nostalgica presenza. Però sono sicura che mi voleva dire ‘gioca che io t’aiuto’.
  • Gioca? Ma se non t’ha dato numeri come si fa a giocare, ce l’inventiamo?!
  • Proprio così, ce li inventiamo. Lui non aveva mai numeri da giocare, li sceglieva lì per lì, a caso e …
  • e… e… e quindi non ha mai vinto nulla – interruppe sprezzante il marito. Se non hai i numeri, se non controlli i ritardi, se non guardi la smorfia e se nemmeno li sogni cosa vai a giocare? giocava il 4 solo perché quattro anni prima gli avevano dato quattro punti al ginocchio, allora era meglio il 44, no?!! – aggiunse con un certo tono di derisione.
  • Non è affatto vero, a volte ha vinto, poco ma ha vinto – rispose lei alzando la voce per difendere la memoria del padre da quello scherno. – E io gli credo, mio padre è sempre stato una persona seria, lo sai, in ferrovia lo rispettavano tutti, era il meccanico più bravo e se non è riuscito a farsi la macchina è stato per crescere me e i miei fratelli, niente ci è mancato, – e lo sai anche tu ! – alluse con intenzione di ferire. Più che la bicicletta, e un motorino solo negli ultimi anni, non ha avuto, ma era contento così! E adesso la macchina si che se l’è fatta ed è venuto da me a farmela vedere, era contento – più aggiungeva pensieri a pensieri più le veniva da piangere, quel pianto di riconoscenza come se stesse via via riscoprendo vecchie espressioni d’affetto ormai appannate dal tempo. E sai anche quanto ci farebbe comodo anche a noi avere finalmente una macchina, ne abbiamo parlato tante volte, lo sai, io sono stufa di prendermi tutto quel freddo nell’inverno.

Lui si accorse di avere quasi profanato, senza volerlo, la memoria del suocero, col quale, tutto sommato, andava abbastanza d’accordo, lo riteneva una brava persona ed era da lui ritenuto un gran lavoratore. Ripensò a quei Gran Premi di Formula 1 che insieme avevano visto in televisione, del dolore autentico che insieme avevano provato alla morte di Senna sul circuito di Monza. Si scusò con la moglie e idealmente anche col suocero. Dettero la colpa all’insolito risveglio. E poi convenne che della macchina avevano davvero bisogno, ma non erano mai riusciti a mettere nulla da parte, pagato l’affitto rimaneva ben poco! che quello fosse una specie di presagio? La moglie ne era convinta.

Concordarono che ‘il sogno era un segno’ e come tale andava omaggiato: questi contatti non si discutono. Andando al lavoro, lui avrebbe giocato i numeri che, seguendo lo stile decisionale paterno, lei gli avrebbe scritto su un foglietto. Anche lui cominciò a credere all’inaspettato aiuto dall’aldilà, un aiuto quanto mai opportuno dato che da qualche mese aveva perso l’impiego e, pur essendosi dato da fare con dei lavoretti, aveva dovuto far ricorso alle azioni che la moglie possedeva, eredità del padre.

Ma le cose non andarono affatto bene.

Non essendo abituato a farlo, lui dimenticò di andare a giocare, anche perché sperava di trovare un nuovo lavoro che invece sfumò: manco a dirlo, uscirono quattro numeri sui sei scelti dalla moglie, erano comunque parecchi soldi. Inoltre uscirono, non giocati, proprio quel 4 e quel 44 che lui si era inventato per prendere in giro il suocero. A casa ci fu una discussione, ma decisero di ritentare il giorno successivo, altro foglietto, altri numeri.

I nuovi numeri si rivelarono tutti sbagliati, però … però il 44 uscì di nuovo. Allora, si dissero, forse il segno è che dobbiamo giocare proprio il 4 e il 44, e così fecero: nulla di nulla!

Quella sera la scenata fu devastante, urla, parole taglienti, offese gratuite da entrambe le parti.

  • sei un cretino, mio padre ti offre il suo aiuto e tu gli sputi in faccia, l’hai offeso
  • la stupida sei tu, solo tu puoi credere ai sogni, guarda quanti soldi stiamo buttando via

Naturalmente questa è una versione parecchio addolcita di quanto si erano urlati addosso.

Il tutto finì con lui che prese alcune delle sue cose, le mise in una busta gialla del supermercato e andò via di casa.

 

Più volte al giorno ora prova a giocare, vuole rimediare e vuole poter tornare a casa con una vincita, ma niente, nemmeno il 44. In questa fotografia c’è l’esito deludente di una delle tante giocate: i soldi stanno per finire, ma non la speranza. Gli ho dato un paio di banconote, chiedendogli però di non giocarseli, quei soldi; temo però che lui mi abbia visto come una sorta di invito-promessa da parte del suocero in segno di pace al termine della dura lezione subìta.

 

 

 

 

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