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DUE VECCHI AMICI:

Si chiamavano entrambi Giuseppe. Si erano conosciuti sui banchi della prima media (allora si chiamava Avviamento), per la precisione nello stesso banco. – Io mi chiamo Giuseppe, e tu come ti chiami? – Giuseppe anch’io! E giù quella risata comune che li aveva resi amici per davvero, complici di tante avventure.

 

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Quando la Signora professoressa di lettere dispose che Giuseppe era troppo alto per stare nella prima fila di banchi e che perciò doveva sedersi dietro con Luigi, i due bambini si erano opposti a questa separazione con tutta la forza dell’infanzia; d’altronde Giuseppe era troppo basso per andare anche lui dietro … e così ‘per oggi rimanete lì ’ e nessuno osò più separarli. I loro compagni di classe impararono, in breve tempo, a considerarli quasi un tutt’uno: se invitavi uno dei due alla tua festa dovevi invitare anche l’altro, se incontravi per strada Giuseppe, ti guardavi in giro per trovare l’altro Giuseppe. Per distinguerli, al di là dei loro cognomi, che raramente si usavano perché sapevano tanto di registro e di interrogazione, li chiamavano ‘il corto’ e ‘il lungo’.

I due ragazzini provenivano da famiglie di differente estrazione sociale: Giuseppe ‘il corto’ era figlio di un maresciallo di polizia, una ferita di guerra ad una gamba e una piccola pensione di invalidità, ma senza alcuna medaglia di riconoscimento; la mamma aveva un negozietto di formaggi e latticini; abitava in un alloggio popolare Ina Casa, forse un po’ piccolo per la famigliola, tuttavia ci si stava bene. Giuseppe aveva un fratello, Vittorio, di tre anni più grande.

Giuseppe ‘il lungo’, invece, era figlio unico, risiedeva al terzo piano di una palazzina ‘di civile abitazione’; il padre, sempre nervoso e indaffarato anche in casa, era, in buona sostanza, un geometra autodidatta e aveva una piccola azienda che lo impegnava molto, dedita alla ricostruzione dopo le rovine della guerra. La madre arrotondava dando lezioni di piano e di canto su un vecchio strumento un po’ scordato, lasciatole del nonno. Nel complesso la famiglia era considerata da tutti come benestante, guadagnava discretamente e spendeva poco.

Le due famiglie non si conobbero mai. Giuseppe e Giuseppe non studiavano insieme, ma ciascuno a casa sua; però a scuola si sostenevano a vicenda: laddove uno dei due era più carente chiedeva all’altro e nei compiti in classe si davano una mano, ovviamente di soppiatto, pur senza copiarsi.

Giuseppe era più portato per l’italiano e anche per il francese (al tempo era l’unica lingua straniera che si potesse studiare a scuola) e per l’aritmetica (strano, vero?): suo padre era solito redigere o correggere i verbali di pubblica sicurezza la sera in casa, usando quel linguaggio astruso, tipico delle questioni amministrative. Li leggeva e rileggeva più volte ad alta voce valutandone ed enfatizzandone l’effetto quando necessario: ci teneva ad essere chiaro ed esaustivo nelle sue comunicazioni ai superiori e al giudice e perciò ne chiedeva parere ai familiari – ‘se lo capite voi…!’ scherzava. Teneva alla sua piccola biblioteca, scambiava libri con uno dei suoi sottoposti, teneva alla cultura che lui non aveva potuto ottenere. Era un uomo onesto e tutto d’un pezzo, rifaceva a fine mese i conti del negozio della moglie e si faceva aiutare, in questo, dai figli, per la paura di sbagliare, ma anche per educarli. Spesso i due figli andavano a dare una mano in negozio, con incarichi di sempre maggiore impegno, compatibili con l’età.

Giuseppe, invece, si perdeva più volentieri nei voli che, per vie diverse, la storia e la geografia gli ispiravano: le terre lontane, le spianate delle grandi battaglie, i condottieri, i navigatori, i porti, i continenti da scoprire. Tutto stimolava la sua fantasia, osservava i disegni sul sussidiario, cercava di localizzarli sul vecchio mappamondo (i nuovi atlanti erano un lusso ed erano comunque in rifacimento, dopo i cambiamenti politici dovuti alle due guerre mondiali). Il tutto col sottofondo assordante delle note di pianoforte e delle scale di canto.

La domenica frequentavano insieme lo stesso oratorio. Quando don Mario organizzava una ‘partitella a pallone’, i ragazzi più grandi, capitani delle squadre, dovevano scegliere, a turno, uno ad uno i loro giocatori e cercavano sempre di accaparrarsi entrambi i Giuseppe perché, anche se separatamente erano due schiappe, insieme si sapevano capire e organizzavano il gioco di tutta la squadra: vittoria assicurata. Più di una volta che Giuseppe non c’era, Giuseppe non venne nemmeno preso in considerazione e restò in panchina per tutta la partita.

Ma, anche se può essere paragonata ad una partita di calcio, dove hai dieci giocatori dalla tua parte e undici contro, la vita è un’altra cosa.

Giuseppe, compiuti gli studi di Legge, riuscì ad entrare, sia pure con qualche buon consiglio da parte del padre, nell’organico di Pubblica Sicurezza, dove le sue abilità dialettiche gli consentirono una buona carriera; vennero poi gli anni del terrorismo in Italia e Giuseppe ebbe un incarico nell’ufficio politico della Digos. Viaggiava molto, anche all’estero, era a contatto con alte personalità, politici, magistrati, giornalisti. Con moglie e figli dovette spesso trasferirsi da una città all’altra. Anche suo fratello, Vittorio, entrò nella PS, dove arrivò al livello di capitano dei Carabinieri nella caserma vicino casa.

La strada di Giuseppe, invece, fu tutta in salita: verso la fine degli anni ’60 la piccola azienda di costruzioni del padre fu messa sotto sequestro a seguito di una denuncia da parte della Guardia di Finanza: ne risultarono molte irregolarità e furono comminate pesanti condanne pecuniarie. Poco meno di un anno dopo il padre si suicidò, lo trovarono impiccato nel suo cantiere. Fu un colpo durissimo per la famiglia. Toccò a Giuseppe occuparsi, senza una preparazione specifica, dell’azienda, mandarla avanti per poter vivere e per pagare il fisco, e perciò dovette mettere le mani nei contratti e nelle pratiche del padre: apprese così le scorciatoie ai limiti della legalità, si fidò di persone in realtà indegne e tutto questo gli procurò molti guai e problemi. Rischiò persino il carcere: lo salvò il giudice, quando riconobbe la sua ‘congenita’ incapacità a gestire un’azienda in quel settore da lupi e anche l’inadeguatezza dei suoi studi filosofici, piuttosto che una sua precisa volontà di frodare. In realtà le cose erano andate diversamente, ma Giuseppe non lo seppe mai: in uno dei suoi rari ‘ritorni alle origini’, come lui diceva, Giuseppe aveva appreso dal fratello Vittorio che Giuseppe, il suo compagno di scuola, si trovava in cattive acque e che certamente sarebbe stato condannato, da lì a pochi giorni, ad un periodo di carcere più o meno lungo. Immediatamente Giuseppe andò dal giudice e gli parlò del suo amico d’infanzia, della sua testa fra le nuvole, del suo carattere da sognatore. Alla fine il giudice emise la sua sentenza di “congenita incapacità a delinquere” e applicò tutte le attenuanti del caso.

Nel giro di poco tempo Giuseppe si diede da fare, insieme alla moglie, per ritornare stabilmente nella loro bella città di origine: “Ormai siamo anziani, là ci siamo conosciuti e là sono nati i nostri figli, sono ormai grandi e padroni delle loro vite”. Effettuato il trasloco, un giorno Giuseppe e Giuseppe si incontrarono ‘casualmente’ in strada: erano anni che non si vedevano, ne furono davvero felici entrambi. Si raccontarono anche del loro lavoro, ma Giuseppe parlò solo dei suoi successi, che pure non mancavano, come palazzinaro, ma non dei suoi guai, forse se ne vergognava.

Si ritrovarono spesso e Giuseppe comprese ben presto la disponibilità discreta di Giuseppe a dargli preziosi consigli e ad indicargli le procedure corrette, le persone giuste, i passi da fare e quando fermarsi. E d’altronde Giuseppe intuì facilmente che Giuseppe avrebbe accettato e fatto tesoro di quelle mezze frasi buttate lì quasi con indifferenza, dette apposta per indirizzare verso la giusta maniera le sue decisioni successive. La loro antica intesa non era tramontata. L’azienda cominciò finalmente ad andare avanti con le sue gambe. Capitò, questa volta davvero casualmente, che Giuseppe & Giuseppe incontrassero in piazza il giudice: tutti e tre fecero finta di niente, ma gli sguardi si incontrarono e il giudice lanciò un occhiolino di intesa a Giuseppe. “Lo conosci quello lì? Perché ti ha strizzato l’occhio” chiese Giuseppe – “Quello lì chi? non ho visto nessun occhiolino, non lo conosco” rispose Giuseppe.

Perché li ho fotografati? in effetti erano solo due pensionati che passeggiavano insieme, piano piano, ognuno col suo bastone; li ho fotografati perché nell’incrociarli ho captato una frase, detta dal signore più alto, e questa mi ha incuriosito: “Ma poi, ti ricordi che quando eravamo ragazzini tu eri parecchio più alto di me? Quando la professoressa voleva metterti dietro con Luigi? Ti chiamavano il lungo”.

Non molto tempo fa ho letto sui muri un manifesto di lutto, diceva essenzialmente:

<Il giorno tale è mancato all’affetto dei suoi cari GIUSEPPE. Ne dà un triste compianto il suo vecchio amico Giuseppe>

 

 

 

 

 

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