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QUELLO STORMO DI PICCIONI:

Stavo seguendo con l’obiettivo un gruppetto di persone che mi sembrava stessero facendo qualcosa di interessante (mi riferisco al mio punto di vista fotografico), ma invece tutto si risolse in un flop e non scattai. Mentre abbandonavo la speranza di realizzare una buona foto vidi sullo sfondo, sempre nel mio mirino, uscire dal portone di un ufficio pubblico quest’uomo: somigliava a quel Giuliano che conoscevo una trentina di anni prima, la stessa corpulenza, la stessa barbetta, la stessa espressione sorridente; se non fosse stato per la pelata avrei potuto parlare di una certa somiglianza fra i due. Comunque, ciò che rende particolare questa immagine non è la persona, né quel richiamo di cui ho parlato, ma è … il piccione.

Circa trent’anni fa successe che una mattina ci trovammo, il solito gruppo di colleghi, tutti quarantenni, come tutte le mattine nella solita stanza di lavoro, ognuno alla solita scrivania e con le solite incombenze. Uno di noi pensò di raccontare una barzelletta, era una di quelle un po’ sconce: ridemmo di gusto. Quello che sembrò apprezzarla di più fu proprio Giuliano. Lui rise fragorosamente e, come spesso si fa, si proiettò all’indietro a ridosso dello schienale della sua poltrona: continuò a ridere e poi si tacque: la bocca aperta per prendere fiato, gli occhi spalancati nel divertimento, la testa spinta contro la spalliera. Il riso è contagioso e anche noi ridemmo a lungo, fino alle lacrime.

Giuliano, t’è piaciuta, eh!       Giuliano …! Oh, Giuliano, … che fai!?  Per tutta risposta a Giuliano cadde giù il braccio destro. Ci rendemmo conto che qualcosa non andava.

Ricordo solo adesso che in quel momento fuori dalla finestra uno stormo di piccioni si levò in volo.

Il medico dell’ambulanza trovò Giuliano in quella stessa posizione, col braccio penzolante e al massimo del divertimento. Non poté fare nulla, se non commentare “una bella morte!”.

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