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QUESTA MIA FOTOGRAFIA PONE IN CONTRASTO TRA DI LORO LA CONSTATAZIONE CHE BISOGNA SAPER ‘RICONOSCERE I PROPRI LIMITI’ CON L’IDEA CHE ‘NELLA VITA BISOGNA PUNTARE IN ALTO’.

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L’AMBIZIONA:

Era di qualche anno più grande di me, ma è morto già da un po’ di tempo.

Era il figlio del meccanico a cui si rivolgeva mio padre per le riparazioni sulla sua Fiat 1100D color grigio topo. Capisco solo adesso che, in occasione di guasti, mio padre aspettava che io fossi libero da impegni scolastici per propormi di accompagnarlo all’officina, sapendo che andavo d’accordo con quel ragazzino che faceva da aiutante: era sempre sporco di grasso, le mani macchiate del nero dei copertoni e le gambe (a quell’epoca noi ragazzini portavamo tutti i pantaloni corti) facevano capire chiaramente quanto tempo lui passasse inginocchiato sul pavimento di cemento per aiutare suo padre.

Quando entravo nell’officina era come se lui avesse il permesso, fino a quando i nostri padri sbrigavano le loro cose, di smettere di lavorare: sapeva che a me piaceva l’ambiente della meccanica e allora, con un pizzico di quel senso di superiorità derivante dal fatto di avere qualche anno in più, mi mostrava quello che lui sapeva fare, gli attrezzi, i macchinari che usava, soprattutto quello per riparare e poi rigonfiare le ruote bucate. Io lo invidiavo, così capace di muoversi in un luogo pieno di cose interessanti, di moto e di macchine da riparare; in realtà mi vergognavo nei suoi confronti per il fatto che io ero ben vestito, scarpe pulite, pantaloncini a posto, mani bianche come un signorino, mentre lui … ma vedevo che non ci faceva caso, anzi metteva l’accento sul fatto che lì dentro lui era come il principe ereditario. E poi… aveva finito le medie e non andava più a scuola, … io lo vedevo come emancipato, padrone di sé.

Parlava quasi soltanto in dialetto, io gli rispondevo in italiano, e a lui a volte veniva da ridere, chissà perché! Anche suo padre parlava solo in dialetto e a lui mio padre rispondeva in dialetto: lo sentivo come una cosa strana, perché in casa si parlava esclusivamente in lingua e molto correttamente.

Poi, il più delle volte, il discorso tra i padri verteva su di noi ragazzi, che cosa facevamo e quello che avremmo combinato nella vita. “Glielo dico sempre a mio figlio”, proclamava ogni volta il meccanico, con un vocabolario molto limitato e tanto sgrammaticato, che ora non saprei più ben riprodurre, “che nella vita deve avere quella lì, l’ambiziona (sic), che deve fare più di me che mi ho fermato alla terza elementare, poi c’è stata la guerra, che ci vuoi fare! Ma lui la guerra non ce l’ha e allora deve avere coraggio e deve fare quello che io mi sono fermato qua e che vale più la pratica che la grammatica e che deve avere tanti operai che comanda”. E mio padre a ribattere contraddicendolo, in italiano per l’occasione, che “Certo, però è importante anche studiare, perché se le cose le sai, le saprai anche fare e se hai studiato puoi fare anche quello per cui non avevi studiato”. E ad ogni reiterato riferimento allo studiare mi guardava come a darmela ad intendere. Ma io l’ultimo concetto, che saprai fare anche ciò per cui non hai studiato, l’ho afferrato solo da adulto, quando ho realizzato che, grazie agli studi liceali e universitari, ho potuto più volte spaziare fra le varie scelte e difficoltà (non sono mancate) di lavoro risolvendole ogni volta con il giusto equilibrio.

Di questo non ho mai ringraziato mio padre. Forse sono cose che si capiscono tardi, non so!

Con gli anni ci siamo persi di vista, di quel ragazzo ho solo saputo che, presa in mano l’officina, aveva provato (forse seguendo i consigli paterni) ad ingrandirsi tentando di soffiare la rappresentanza della Lancia a chi già l’aveva da anni; il fatto fu che, pur essendo un bravo meccanico, non aveva le qualità imprenditoriali né dirigenziali per gestire una posizione del genere, perciò il suo progetto, sul quale pure aveva speso molti soldi, non fu mai preso in considerazione. La sua ambizione (o era solo ambiziona?) fu vista nell’ambiente come un imperdonabile atto di superbia e quindi fu lasciato fallire miseramente. Da allora non si riprese mai più, non seppe, come si dice adesso, riciclarsi; faceva qualche lavoretto di meccanica quando capitava, ma niente di più. E’ finito qualche anno fa nei debiti, solo, alcolizzato, grande fumatore, cirrotico terminale. Mi è dispiaciuto.

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